Regia di Paul Leni, con Conrad Veit (Gwynplaine), Mary Philbin (Dea),Cesare Gravina (Ursus), Olga Baclanova (Duchessa Josiana),Stuart Holmes (David Dirry Moir).
In una notte di bufera il teatrante girovago Ursus trova due bambini orfani e decide di tenerli con sé, chiamandoli Gwynplaine e Dea. La bambina è cieca, il ragazzino invece ha subito in tenerissima età un’orribile mutilazione al viso, dove gli è stata letteralmente scolpito un ghigno ridente. Crescendo, tra i due si sviluppa un forte affetto che diventa amore, ma improvvisamente sul gruppetto cade un fulmine a ciel sereno: si scopre che Gwynplaine è in realtà il figlio di Lord Clancharlie, un nobile ribelle, bambino rapito per ordine del vecchio re e consegnato ai Comprachicos, zingari che trafficavano coi bambini; il giovane viene quindi portato a corte per essere reintegrato nel posto che gli spetta di diritto, venendo anche fidanzato con la duchessa Josiane, sorellastra della regina. Attratto dalla possibilità di una vita di agi dopo aver sempre vissuto ai margini, Gwynplaine accetta…
Tratto dall’omonimo romanzo (1869 ) di Victor Hugo, è un classico del cinema muto recentemente recuperato, interessante quindi per chi ama vedere gli albori del cinema. Nonostante oggi i nomi dei due protagonisti non dicano nulla, all’epoca erano due famosi divi del cinema, e pare proprio che molti anni dopo Bob Kane , il disegnatore creatore di Batman, si ispirò proprio al trucco di Conrad Veit per creare il personaggio di Joker (in effetti la somiglianza è impressionante, diciamo pure che le due maschere sono quasi identiche!). A parte il lieto fine che nel romanzo non c’è, la trama si attiene abbastanza a quella dl romanzo con una particolare attenzione per alcuni particolari messi in rileivo anche nel romanzo in alcune scene, soprattutto all’inizio, nella parte in cui il piccolo Gwynplaine viene abbandonato e cammina nella landa desolata durante la tormenta di neve (gli impiccati, la donna morta di freddo). Attori in parte e con presenza scenica a mio avviso rilevante, anche se i personaggi sono stati un po’ stereotipati; da segnalare anche la buona idea di dare un posto di rilievo, in mezzo agli attori umani, al cane Homo,come è giusto che sia dato che è così anche nel libro.
Regia di King Vidor, con Audrey Hepburn (Natascia Rostova), Mel Ferrer (Andrea Bolkonskji ), Henry Fonda (Pierre Bezuchov), Vittorio Gassman (Anatolji Kuragin),Anita Ekberg (Elena Kuragin), Herbert Lohm (Napoleone),Jeremy Brett (Nicola Rostov).
Nella Russia napoleonica, il principe Andrea si innamora di Natasha Rostova, giovane donna appartenente a una nobile famiglia, ma quando essa prende una sbandata per l’ambiguo Anatolji rompe il fidanzamento e parte per la guerra…
Tratto dal capolavoro di Lev Tolstoji, è una versione hollywoodiana che condensa in modo il più spiccio possibile una trama lunga, molto articolata e (non me ne vogliano gli estimatori di Tolstoji e della letteratura russa) mortalmente noiosa. Ma nemmeno il modificare/tagliare il più possibile la trama elimina l’effetto abbiocco di cui lo spettatore rischia di cadere vittima nel 90% dei casi; sinceramente mi sono sciroppata questo famoso kolossal un po’ perché alla mia cultura cinematografica non mancasse un pezzo importante, e un po’ per amore della protagonista Audrey Hepburn….ma ciò non ha fatto altro che accrescere l’opinione negativa nei confronti di questo autore che già avevo. Infatti nel film in sé non c’è nulla che non vada: realizzato con cura e dovizia di particolari, con sapiente regia e ottimi attori (tra i quali ci sono anche Vittorio Gassman e Anita Ekberg pre “Dolce Vita”)- anche se ho sempre trovato che Mel Ferrer sia una sorta di Leslie Howard vent’anni dopo :attore fisicamente e carismaticamente slavato anche se molto amato- Insomma, il mio giudizio negativo non vuole scoraggiare la visione del film da parte di altri, che sicuramente se interessati al genere sapranno apprezzarlo meglio di me. Il film ha ricevuto nel 1957 tre nominations all’Oscar e cinque al Golden Globes.
Regia di Michael Mann , con Daniel Day Lewis (Hawkeye), Madeline Stowe (Cora Munore),Jody May (Alice Munroe), Eric Schweig (Uncas), Steven Weddington (Duncan Hayward), Maurice Roeves (colonnello Munroe)
America, 1757: il guerriero Hawkeye in realtà è un bianco che, trovato neonato da una tribù indiana, è stato adottato e cresciuto come uno di loro dal capo Chingachgook assieme a suo figlio Uncas. I due indiani, assieme a un terzo che poi si rivelerà una spia, vengono incaricati di scortare le sorelle Cora e Alice Munroe , figlie del comandante Munroe, fino al fortino dove si trova il padre con il suo battaglione. Durante il viaggio, pieno di pericoli tra Hawkeye e Cora nasce l’amore…
Tratto dall’omonimo romanzo (1826 ) di James Fenimore Cooper, è la versione più famosa di questa storia, credo meritatamente (non ho visto le altre, a parte il cartone animato) dato che il film è un ottimo mix di avventura e romanticismo, potremmo definirlo un prodotto hollywoodiano nell’accezione più positiva del termine; un film che quindi può attirare uomini e donne indistintamente. Non c’è solo una bella storia d’amore tra due accattivanti protagonisti un po’ stereotipati, ma stavolta non in senso banale o sgradevole (i soliti belli, indomiti, coraggiosi e anticonformisti), ma anche avventura, coraggio e anche un po’ di storia, che non guasta mai. Ottimi interpreti, a partire da Daniel Day Lewis nel ruolo de coraggioso protagonista, bellissimi paesaggi (le foreste della Blue Ridge Mountains della Carolina del Nord) valorizzati da un’ottima fotografia e bellissima colonna sonora di Vangelis. Il film nel 1993 vinse il premio Oscar come miglior sonoro.
Regia di Giacomo Campiotti, con Filippo Scicchitano (Leo), Aurora Ruffino (Silvia),Gaia Weiss (Beatrice), Luca Argentero(professore), Romolo Guerreri (Nico).
Il 16enne Leo è innamorato della bella Beatrice, una ragazza che frequenta la sua scuola ma che non ha mai trovato il coraggio di avvicinare. Quando sembra creatasi l’occasione, arriva una terribile notizia: Beatrice è malata di cancro e solo un trapianto di midollo può salvarle la vita…
Il film è tratto dal romanzo omonimo (2010 ) di Alessandro D’avenia. Come molti sanno mi paicciono i film sugli adolescenti e il loro mondo, forse anche perché mi permette di sognare qualcosa che io non ho mai avuto (sono patetica, lo so, ma prendetemi così come sono). Nonostante la tristezza (confesso di aver sperato fino alla fine nel lieto fine) è un film carino, con personaggi simpatici anche se un po’ racchiusi in certi stereotipi (l’amico sfigatino, la ragazza bruttarola con l’apparecchio, l’amica del cuore, la ragazza misteriosa e bellissima, il prof anticonformista ecc), Particolare il rapporto del protagonista Leo con i colori (avessi fatto io un miliardesimo di quello che ha fatto lui in camera sua più volte con la vernice sarei stata fustigata), a cui il ragazzo associa cose e sensazioni, e a cui si ricollega una delle canzoni della colonna sonora, prevalentemente curata dai Modà (che a me personalmente piacciono). Attori carini e in parte, sia tra i giovani (che però pare debbano fare ancora molta strada) che fra gli adulti (simpatici i genitori di Leo, Flavio Insinna e ),dove giocoforza spicca Luca Argentero nei panni del prof giovane ed empatico con gli alunni (mai visti così però eh…). Carina la vicenda parallela dei due ragazzi bruttini che finiscono per fidanzarsi grazie a un iniziale equivoco. Nonostante la sopracitata tristezza, finale pieno di speranza, tutto sommato il modo in cui voleva essere ricordata Beatrice. Ho letto da qualche parte che il percorso di Leo è un percorso di formazione che lo porterà alla maturità, non credo sia completamente così ma certamente l’entrare in contatto con una persona malata porterà il protagonista a prendere decisioni mature e importanti, come il diventare donatore di midollo osseo, cosa che sicuramente gli rende onore.
Concedetemi però una riflessione personale:se fossi stata Silvia più che sentirmi male perchè Leo aveva cambiato posto dopo la loro litigata, mi sarei sentita male per il soprannome "Silvia c'è" affiabiatole dall'amico, che non può non far venire in mente chi so io....
Regia di George Pollock, con Hugh O’Brian (Hugh Lombard), Shirley Eaton (Ann Clyde), Fabian (Mike Raven), Leo Genn (Generale Mandrake), Wilfrid Hyde White (Giudice Cannon),Marianne Hoppe (Elsa Grohmann),Mario Adorf (Joseph Grohmann), Daliah Lavi (Ilona Bergen),Dennis Price (Edward Armostrong), Stanley Holloway (Detective William Blore). Otto persone sconosciute fra di loro vengono invitate a passare un fine settimana in un isolato castello di montagna raggiungibile solo con una teleferica da un misterioso ospite comune, che però non si fa trovare: ha lasciato a ricevere gli invitati solo due domestici, anch’essi ignari di chi sia il loro datore di lavoro dato che sono stati appena assunti tramite agenzia solo per una settimana. La sera, la voce proveniente da un registratore nel mezzo della sala da pranzo annuncia a tutti i presenti che sono stati riuniti in quanto ognuno di loro , in modi e situazioni differenti, nel proprio passato si è reso responsabile della morte di qualcuno, e che per questo saranno punite… Tratto dall’omonimo romanzo (1939 ) di Agatha Christie, è un bel film giallo, con buoni attori anche se sconosciuti (almeno per me, l’unico che ho riconosciuto è l’italiano Mario Adorf), girato con un buon ritmo e suspence crescente; peccato per il finale che, essendo diversissimo dal romanzo, stravolge interamente non solo il senso del film ma pure della storia (del resto la mania del lieto fine a tutti i costi ha fatto molte vittime nella storia del cinema). Comunque da vedere, ai fan del romanzo penso potrà piacere comunque…almeno fino al finale!
Regia di David O. Russell, con Bradley Cooper (Pat Solitano ), Jennifer Lawrence (Tiffany), Robert De Niro (Pat senior), Jackie Weaver (Dolores Solitano), Chris Tucker (Danny).
Il trentenne Pat, affetto da sindrome bipolare, dopo una grave crisi viene lasciato dalla moglie Nikki. Uscito dal centro di cura e iniziata una terapia riabilitativa, il suo obiettivo è quello di riconquistarla; tornato a vivere coi genitori, la situazione non è delel migliori in quanto ilpadre, essendo rimasto disoccupato, si è dato alle scommesse e coltiva in modo maniacale la sua ossessione per gli Eagles. Facendo jogging conosce Tiffany, una giovane vedova anche lei con problemi psichici, sorella di un’amica di Nikki: un cambio del suo aiuto nel piano di riconquista della moglie, Pat viene coinvolto dalla donna in una gara di ballo…
Tratto dal romanzo “L’orlo argenteo delle nuvole” (2009 ) di Mattew Quick, è un film potenzialmente interessante e bello sulla carta, che però alla fine mi ha annoiato e- complice probabilmente un gran mal di testa sopravvenuto durante la visione- non mi è piaciuto. Questo nonostante il film abbia il merito di trattare un tema difficile come il disagio mentale senza toni troppo drammatici ma calato nella quotidianità di due persone affette da tale disagio e delle loro famiglie, senza nascondere difficoltà e complessi che possono essere presenti. Però, non so, non mi ha convinto, nonostante buoni attori (soprattutto De Niro che interpreta un padre che, a mio avviso, con la sua mania degli Eagles dimostra di avere disagi non meno gravi di quelli dei figlio) e Jennifer Lawrence, che per questo film ha vinto il premio Oscar come migliore attrice. Le scene più interessanti sono quelle del ballo. Forse da recuperare senza mal di testa…
Regia di , con Bette Davis (Jane Hudson), Joan Crawford (Blanche Hudson), Maidie Norman (Elvira), Anna Lee (Mrs Bates), Victor Buono (Edwin Flagg).
1917: Baby Jane Hudson è la piccola diva dei teatri americani, guidata dal padre porta i suoi spettacoli in giro per gli Usa guadagnando migliaia di dollari. La sorella maggiore Blanche invece viene completamente trascurata dal genitore e messa in ombra rispetto alla sorellina; 1935: Quasi vent’anni dopo la situazione è totalmente cambiata: ora Blanche è considerata la migliore attrice della sua epoca, fa molti film e guadagna migliaia di dollari, mentre Jane, ormai cresciuta, lavora solo perché la sorella in ogni suo contratto ah messo una clausola dove impone al regista che la scrittura per un film di farne girare uno anche a lei, collezionando brutte figure e venendo messa al bando dai registi. Purtroppo una sera Blanche si schianta con la propria auto contro il cancello della villa dove le due sorelle vivono, rimanendo paralizzata. L’incidente interrompe così la sua carriera. 1962: 28 anni dopo, le due sorelle ormai anziane vivono ancora nella villa, nonostante ormai le ristrettezze economiche in cui versano imporrebbero di venderla; il rapporto tra le due si è ormai deteriorato a tal punto che Jane tortura l’invalida Blanche, la quale disperata non riesce a mettersi in contatto con l’esterno per chiedere aiuto ed è totalmente in balia della sorella, mentalmente sempre più instabile…
Tratto dall’omonimo romanzo ( ) di Henry Farrell, è un buon film retto in maniera mirabile sullo scontro tra due dive come Bette Davis e Joan Crawford, che al contrario dei loro personaggi, in quel periodo nonostante l’età avanzata erano ancora sulla cresta dell’onda. Il film è un noir psicologico che mette a nudo le miserie che lo star system spesso produce su chi ne fa parte, con un occhio alla situazione dei bambini prodigio, che spesso cadono nel dimenticatoio appena arrivati all’adolescenza, venendo sfruttati da registi e anche da genitori irresponsabili che li rovinano mandandoli su una strada di delusioni e amarezze. Bette Davis in questo senso riesce benissimo a rendere la sua Jane una maschera grottesca e drammatica, che suscita orrore e rabbia per la sua crudeltà ma anche pietà per l’evidente scempio della sua personalità fatto da chi si è arricchito sfruttandola da bambina, tant’è che anche da vecchia si pettina e veste come da bambina. che Jane sia pazza e non solo crudele e ingrata si intuisce da quasi subito, ma diviene evidente in maniera palese quando progetta di portare di nuovo in scena il suo numero di quando era bambina, cercando di coinvolgere uno squattrinato pianista che inizialmente accetta per bisogno, ma che poi quando la realtà dei fatti e la pericolosità della donna divengono evidenti, giustamente si tira indietro. Joan Crawford non è da meno nella parte della dolente Blanche, la vittima…ma fino a un certo punto, infatti nel finale con un colpo di scena i due ruoli si capovolgeranno per un momento nello svelamento del segreto che ha segnato i destini di entrambe le sorelle, tanto che alla fine tra vittima e carnefice non ci sarà alcuna differenza. Un buon film che tiene viva l’attenzione dello spettatore con un clima di tensione sempre crescente, anche se abbastanza claustrofobico. Ma lasciatemi dire una cosa: Baby Jane canta in modo davvero penoso, non ho capito il motivo della sua fama dato che quando l’ho sentita è un miracolo che non mi siano cadute le orecchie, per non parlare della stucchevolezza della canzoncina!!!