Regia di Jacopo Bonvicini, con Giacomo Giorgio (Mario ), Ludovica Martino (Laura Ceccarelli), Alessandro Tedeschi (Amedeo Righetti), Dora Romano (Gina Ceccarelli),
Roma, fine anni '50: Mario e Laura vivono nello stesso quartiere e si conoscono fin da piccoli. Entrambi vengono assunti in Rai, lei come segretaria, lui come aiuto regista per una nuova trasmissione di spot , chiamata "Carosello"; dato che i due non si sopportano i battibecchi non mancano.....
Film per la tv prodotto dalla Rai per celebrare "Carosello", la mitica trasmissione tv rimasta nel cuore degli spettatori italiani .
Storiella banale ma simpatica, con protagonisti bravi e simpatici (probabilmente il punto di forza del film, assieme al personaggio della nonna e dei dirigenti Rai), non si capisce bene dove stia l'omaggio a "Carosello" se non per il fatto che i due giovani lavorano in Rai alla trasmissione (il che francamente mi sembra un po' poco). Anche le schermaglie amorose dei due giovani vengono portate avanti un po' troppo a lungo, per arrivare alla fatidica sera del , con l'ultima puntata di Carosello; ma nella vita reale ho visto nettamente di peggio, per cui pazienza.
Bella la ricostruzione di scenari e costumi dell'epoca.
Regia di Francesco Amato , con Vanessa Scalera (Filomena Marturano), Vincenzo Gallo (Domenico Soriano), Nunzia Schiano (Rosalia), FRancesco Russo (Michele), Giovanni Scotti (Umberto), Massimiliano Caiazzo (Riccardo),
L'ex prostituta Filomena Marturano è da anni l’amante del ricco Don Domenico (suo ex cliente) e madre di tre figli di cui non si sa chi sia il padre, non essendo la donna mai stata sposata. Filomena è sempre stata innamorata di Domenico e quindi il suo non è un rapporto di interesse, ma un bel giorno dopo tanti anni vissuti nell’ombra e nel peccato si stufa e decide di usare un piccolo “trucchetto” per farsi sposare, rendendosi rispettabile: finge di essere in punto di morte e così Domenico, impietosito, la sposa in “articulo mortis”.Quando però la donna si riprende capisce l’inganno e infuriato per il raggiro vuole ottenere l’annullamento. A questo punto Filomena fa un’ulteriore rivelazione: Domenico è padre di uno dei suoi tre figli..ma quale?
Versione tv del capolavoro di Eduardo De Filippo, è uno dei tanti esempi di come la Rai quando vuole sa produrre ancora cose di qualità come un vero servizio pubblico dovrebbe fare.
Il confronto con il famoso film del 1964 con Sofia Loren e Marcello Mastroianni appare quasi inevitabile, ma in realtà gli sceneggiatori hanno saggiamente scelto di evitarlo presentando il film come attinente al testo e all'opera di Eduardo.
Altra scelta azzeccata è stata scegliere nel ruolo dei protagonisti Vanessa Scalera e Massimiliano Gallo, coppia di attori già collaudata nella serie tv "Imma Tataranni": il risultato sullo schermo è ottimo dato che la coppia funziona perfettamente anche in un contesto diverso e drammatico come questo. Il loro rapporto (fisico psicologico e sentimentale) di può dire che faccia da traino al resto della storia, senza tralasciare le caratterizzazioni degli altri personaggi, che trovano tutti un loro spazio, in particolare Diana (la giovane che Don Mimì vorrebbe inizialmente sposare), la fedele Rosalia e i tre figli di Filomena, che si scoprono fratelli già adulti e riescono in breve a instaurare un rapporto tra loro e con la madre, a parziale risarcimento degli anni di privazioni vissuti nell'infanzia.
Spero davvero di vedere molto più spesso lavori di questo tipo!
Regia di Fiorella Infascelli, con Massimo Popolizio (Giovanni Falcone), Beppe Fiorello (Paolo Borsellino), Valeria Solarino (Francesca Morvillo), Claudia Potenza (Agnese Piraino Leto), Elvira Cammarone (Lucia), Giovanni D'Aleo (Manfredi), Sofia Langlet (Fiammetta), Elisabetta Piccolomini (Suocera di Falcone).
Nell'estate del 1985 Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che stanno lavorando alla realizzazione del primo maxiprocesso di mafia, vengono trasferiti per sicurezza sull'Isola dell'Asinara assieme alle loro famiglie. Nonostante la bellezza del posto, la situazione è molto pesante non solo per le minacce ricevute dai due giudici ma anche per vari problemi con i rapporti familiari...
Sono appena trascorsi trent'anni dalla Strage di Capaci, nella quale persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo anch'essa magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro.
Anche se con qualche giorno di ritardo voglio ricordare il terribile avvenimento con al recensione di questo film, che tratta una parte un po' trascurata della carriera di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che ha coinvolto di conseguenza anche le rispettive famiglie: l'estate trascorsa sull'Isola dell'Asinara sulla quale i due magistrati e le rispettive famiglie furono trasferiti a forza per metterli in sicurezza date le minacce della mafia, proprio mentre essi stavano preparando il maxiprocesso.
La cosa che più colpisce in questa storia è sicuramente il contrasto tra la bellezza del luogo dove le due famiglie sono relegate e la situazione effettiva in cui si trovano: apparentemente potrebbe essere una vacanza stupenda e felice, ma in realtà aleggia sempre lo spettro di quello che è in realtà: un rifugio dal pericolo della mafia, un luogo dove chi vi si trova vi è stato portato senza possibilità di scelta, all'ultimo momento, in fretta e furia e senza poter nemmeno preparare il necessario . Insomma nonostante la bolla si serenità che il gruppo si sforza di creare sia per sè che per i tre ragazzini, la reale situazione aleggia sempre su di loro. E difatti la figlia di Borsellino, Lucia, cominciò qui a mostrare i primi segni evidenti dei disturbi alimentari che l'affliggeranno per molto tempo.
Come sempre in queste storie colpisce la solitudine e l'ostilità da cui i due giudici erano circondati,sopratutto da chi avrebbe dovuto invece difenderli e agevolarli nel loro compito: basti pensare che lo Stato non mandava loro i faldoni che essi avevano richiesto per mettere in piedi l'istruttoria, oltre a lasciare loro e le famiglie privi di informazioni riguardanti la loro sicurezza e il loro futuro. Ecco perchè non sopporto i salamelecchi con cui vengono trattati oggi a ogni anniversario: perchè spesso quelli che si profondono in omaggi all'epoca furono quelli che li ostacolarono.
Prima di vedere il film avevo qualche dubbio su Massimo Popolizio e Beppe Fiorello come protagonisti dato che avevo apprezzato moltissimo altre interpretazioni; mi sbagliavo perchè i due attori (sopratutto Fiorello, forte della sua sicilianità) danno vita a due interpretazioni molto valide, sia singolarmente che in coppia. Piuttosto, non ho capito molto la scelta di dare così poco spazio alla figura di Francesca Morvillo, che qui mi pare conti solo come compagna di Falcone e non come una professionista anch'essa.
Regia di Sergio Rubini, con Mario Autore (Eduardo De Filippo), Anna Ferraioli Ravel (Titina De Filippo), Domenico Pinelli (Peppino De Filippo), Giancarlo Giannini (Eduardo Scarpetta), Susy De Giudice (Luisa De Filippo), Biagio Izzo (Vincenzo Scarpetta), Marisa Laurito (Rosa Scarpetta).
Napoli, primi anni del '900: Titina, Eduardo e Peppino De Filippo sono i figli illegittimi di Eduardo Scarpetta, il re del teatro comico napoletano. Pur frequentando la casa paterna e la compagnia teatrale i tre ragazzi vengono comunque tenuti a distanza; una volta cresciuti coltivano il sogno di creare una propria compagnia, ma la strada sarà ardua.....
A pochi mesi dal film cinematografico "Qui rido io" la Rai manda in onda questo interessante film che tratta lo stesso tema (la vita dei fratelli De Filippo, appunto) amplificandolo, dato viene raccontata anche la parte adulta della vita dei tre e i loro inizi, fino ad arrivare al loro primo successo "Natale in casa Cupiello" (1931).
Ho apprezzato entrambi i film ma, date le molte incongruenze, non posso fare a meno di chiedermi quale sia il più fedele alla vera storia.
Questo film si concentra sulla tre figure dei fratelli De Filippo, molto diverse tra loro sia come carattere che come percorso umano, ma accomunati dal sacro fuoco dell'arte come tutti i membri della loro numerosa famiglia d'origine, gli Scarpetta: i tre sono infatti figli illegittimi (non gli unici) del capostipite Eduardo, artista istrionico di indubbio talento ma umanamente discutibile anche per la morale dell'epoca. Egli infatti tiene in piedi due famiglie (più altri svariati figli illegittimi): quella legittima formata con la moglie Rosa e quella "doppia" formata con Luisa, nipote di Rosa, e appunto i tre figli Titina , Eduardo e Peppino. Nulla di nascosto, tant'è che le famiglie si frequentano pure anche se i rapporti non sono il massimo (viene sottolineato in modo significativo che i De Filippo quando si recano nel palazzo paterno alle riunioni di famiglia non possono prendere l'ascensore perchè riservato alla famiglia Scarpetta), e anche tra gli stessi fratelli Eduardo e Peppino il rapporto sarà sempre altalenante di amore-odio, generalmente di incomprensione, con in mezzo Titina a fare da paciere e intermediaria, e anch'essa inizialmente sacrificata alle bizze dei fratelli (solo in seguito Eduardo saprà valorizzarla adeguatamente nelle sue opere).
Probabilmente tutto ciò succede anche perchè i talenti in famiglia sono molteplici, e non ci si riferisce solo al capostipite ma anche a Vincenzo, figlio legittimo ed erede della compagnia, unico tra i familiari a spendersi un po' anche per i fratellastri anche se i rapporti rimarranno sempre di rivalità dato che l'obiettivo dei tre De Filippo è la propria libertà di mettere in scena quello che vogliono.
Il ripercorrere un pezzo di storia e cultura napoletana attraverso la vita di tre personaggi ancora oggi amatissimi dal pubblico certamente non è cosa facile ma mi pare che l'operazione sia nel complesso riuscita: qualche imprecisione e buco di trama qua e là c'è, ma visti i tempi un prodotto di questo tipo è davvero apprezzabile; a livello attoriale ho apprezzato la scelta di valorizzare due attori noti sopratutto per i i loro ruoli comici (e spesso sottovalutati proprio per quello) come Marisa Laurito e Biagio Izzo affidando loro due ruoli "seri", e sono stati davvero una piacevole sorpresa (come capitato spesso con loro colleghi dello stesso genere). Non conosco i tre attori che interpretano i protagonisti ma li ho trovati molto bravi, ben calati nei rispettivi ruoli singolarmente e affiatati insieme (anche se per me le scene migliori dei tre fratelli restano quelle quando sono bambini). Giancarlo Giannini supera sufficientemente la difficile prova di rendere il padre Scarpetta anche se ho preferito quello cinematografico, più incisivo secondo me.
Spero di vedere altri film di questo tipo sulla Rai perchè sono davvero interessanti e piacevoli.
Regia di Giorgio Capitani, con Giancarlo Giannini (Carlo Alberto Dalla Chiesa), Stefania Sandrelli (Dora Dalla Chiesa),Milena Mancini (Rita Dalla Chiesa),Marco Vivio (Nando Dalla Chiesa),Chiara Mastalli (Simona Dalla Chiesa),Francesca Cavallin (Emanuela Setti Carraro), Teo Bella (Francesco Coco),Ninni Bruschetta (Pio La Torre),FRancesco Pannofino (Capitano Liggeri).
In occasione del 38 anniversario dell'uccisione del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'autista Domenico Russo Su Canale 5 è stata mandata in onda (condensata in una sola serata, visto che erano due puntate) questa miniserie biografica del 2007.
Un lavoro per forza di cose agiografico ma in questo caso nel senso buono della parola, dato che - inevitabilmente- l'accento è posto sulla figura del protagonista (interpretato da un bravissimo Gianni che, nonostante la differenza fisica, fornisce un'interpretazione intensa e mai sopra le righe)facendone risaltare le qualità umane e la straordinaria rettitudine morale che lo contraddistinsero sia nella vita pubblica che in quella privata, oltre all'amore per la prima moglie Dora e per i figli, e in seguito per la seconda moglie molto più giovane di lui; infine- purtroppo, ma doveroso mostrarlo- risalta molto la solitudine in cui il Generale fu lasciato nella lotta alla mafia (e il perchè è facilissimo intuirlo) da parte dello Stato che, dopo averlo mandato in Sicilia presumibilmente per come aveva condotto con successo la lotta al terrorismo, lo abbandonò ignorando le sue doverose richieste.
A fronte di tutto ciò si possono perdonare alcuni svarioni ed errori storici, seppure fastidiosi vista l'importanza dell'argomento trattato.
Sanremo 1989: la giornalista Sandra intervista Mia Martini, ripercorrendo con lei le tappe più importanti della sua vita e della sua carriera. Seconda di quattro sorelle, fin da piccola Domenica (detta Mimì) coltiva la sua passione per la musica e il canto nonostante l'ambiente familiare non proprio sereno, con un padre despota che alla fine abbandonerà la famiglia; dotata di notevole talento, inizia la carriera parallelamente a quella della sorella Loredana, e la porterà avanti lungo tutti gli anni'70/'80, fino a quando una calunnia la stroncherà gettandola della disperazione...
Bella biografia omaggio di una delle più grandi cantanti italiane, Mia Martini, prematuramente scomparsa nel 1994; un artista bravissima ma sfortunata , che già in vita meritava più di quello che ha effettivamente ha avuto.
Come da trama la storia è nota: una vita intensa, segnata dall'abbandono del padre, da storie d'amore travagliate (quella con Ivano Fossati, qui diventato Andrea dato che il cantautore non ha dato l'assenso al progetto, così come Renato Zero che qui diventa Anthony ),dalla passione intensa per la musica condivisa con la sorella Loredana, e sopratutto la grande sfortuna che segnò la sua vita: il pregiudizio che la sua presenza portasse sfortuna, che piano piano la isolò completamente fino ad emarginarla del tutto impedendole, sotto ogni punto di vista, di lavorare.
Serena Rossi offre un interpretazione ottima, sia fisicamente che canora (dato che, a quanto ho capito, è lei che canta le canzoni della Martini presenti nel film), circondata da comprimari altrettanto validi nel caratterizzare i loro personaggi e il loro interagire con la protagonista.
Consigliato non solo ai fans delle due sorelle ma a tutti gli amanti della musica italiana.
Regia di Roan Johnson, con Francesco Scianna (Fofò La Matina), Miriam Dalmazio ( Nton'tò),Donatella Finocchiaro (Donna Matilde), Tommaso Ragno (Filippo Peluso), Ninni Bruschetta (Padre Macaluso), Alessio Vassallo (Nenè Impiduglia), Giorgio Marchesi (Emiliano Saint Vincent),
Vigata, 1880: Alfonso la Matina, detto Fofò è un farmacista di umili origini da poco ritornato nel paese natale da cui se ne era andato da bambino dopo la morte del padre. Apre la farmacia del paese diventando un punto di riferimento per i vigatesi di ogni ceto. Parallelamente abbiamo la storia del marchese Peluso e della su famiglia, che non se la passano benissimo: in poco tempo, uno dopo l'altro, muoiono l'anziano padre del marchese e il figlio Federico, avvelenato dai funghi. Mentre la moglie dl marchese non si rassegna e vorrebbe fare delle indagini personali e mentre lo stesso marchese si rassegna e cerca consolazione altrove, si staglia nell'ombra la figlia maggiore Antonietta detta 'Ntontò, che sembra affascinata dal farmacista....
Tratto dal romanzo omonimo (1992) di Andrea Camilleri appartiene alla serie di film per la tv tratti appunto dai romanzi non appartenenti alla serie del Commissario Montalbano e intitolati appunto "C'era una volta Vigata".
Essendo questo uno dei miei romanzi favoriti della cosiddetta serie "non di Montalbano" (come chiamo io i romanzi ambientati a Vigata ma non appartenenti alla serie di Montalbano) confesso che avevo aspettative un po' alte riguardo a questo film e , per una volta tanto, non sono rimaste deluse, anzi: in certi momenti ho ritrovato esattamente ciò che io stessa avevo immaginato durante la lettura.
A cominciare dalla figura del sanguigno marchese Filippo Peluso interpretato ottimamente da Tommaso Ragno, protagonista che dal punto di vista morale è certamente discutibile ma che nonostante tutto riesce ad accattivarsi le simpatie del pubblico per la sua traboccante voglia di vivere; la giovane figlia 'Nontò, figura tragica di giovane donna per anni tenuta dal padre a fare da tappezzeria e che, proprio quando sembra avere raggiunto la felicità, subirà il colpo più devastante; il farmacista Fofò, che pianifica per anni in silenzio la propria vendetta e su ìl quale fino all'ultimo non scopriamo la soluzione.
Oltre ai vari personaggi di contorno (la moglie del marchese, il tenente dei carabinieri, i due servitori contadini) ottimamente scritti e interpretati, ognuno indimenticabile a modo suo. La storia, come già nel libro, è ricca di annedoti ed episodi minori brillanti ma anche di momenti di riflessione e a loro modo anche seri, il tutto mirato a raccontare una nobiltà decadente e al tramonto, in cui una parte fondamentale ha la terra di Sicilia con le sue bellezze e le sue miserie. Ottima ricostruzione anche di interni ed esterni, insomma davvero un ottimo prodotto sotto tutti i punti di vista, a mio avviso il migliore tra quelli realizzati e trasmessi finora della serie "C'era una volta Vigata".
Regia di Costanza Quatriglio, con Tecla Insolia (Nada a 15 anni), Giulia Rebeggiani (Nada a 7 anni), Carolina Crescentini (Viviana Fenzi), Sergio Albelli (Gino Malanima), Giulia Battistini (Miria Malanima), Paola Minaccioni (Suor Margherita), Daria Pascal Attolini (Nora), Paolo Calabresi (Leonildo), Nunzia Schiano (Mora).
1961: la piccola Nada vive con la famiglia- composta dalla mamma Viviana, dal padre Gino, dalla sorella Miria e dalla nonna Mora- in campagna in provincia di Livorno.
Frequentando il coro della parrocchia diretto da Suor Margherita, la bambina scopre la sua vocazione per il canto; ciò riscuote Viviana dalla grave depressione di cui soffre da anni, spingendola a reagire con l'obiettivo di assicurare alla figlia occasioni per entrare nel mondo dello spettacolo...
Tratto dall'omonima autobiografia (2008 ), è la storia della cantante Nada Malanima, e di come arrivò giovanissima (a soli 15 anni) al successo.
E' una storia semplice e allo stesso tempo particolare, di una bambina cresciuta in una famiglia operaia e di stampo comunista nella campagna toscana negli anni del boom economico; una famiglia che deve anche fare i conti con un problema di cu all'epoca non si sapeva quasi nulla: la depressione della madre Viviana, che la porta ad essere quasi totalmente assente anche per lunghi periodi.
E, spiace dirlo, ma è proprio questo elemento che mi ha particolarmente disturbato durante la visione del film. So benissimo che la depressione è una malattia terribile e non è certo colpa di chi ce l'ha, ma una delle cose che malsopporto è vedere bambini o ragazzini sui quali viene buttato (più o meno inconsapevolemente) il peso della responsabilità non solo di gestire la malattia del genitore, ma anche di "fare la sua felicità" o costituire una sorta di "medicina" o di "cura". Ripeto, la malattia non è una colpa...ma non è nemmeno una colpa di chi non ce l'ha! Un figlio ha diritto a essere accudito e a ricevere le necessarie attenzioni, non il contrario!
E invece in questa storia è proprio questo che accade: il titolo "La bambina che non voleva cantare" fa infatti riferimento alla timidezza della piccola Nada, alla quale piace cantare ma per sè stessa, non in pubblico, e che invece si ritrova a dover seguire i desideri materni, spinta a ciò dal desiderio di fare stare bene la mamma. Una mamma fragile ma anche ingombrante per questo motivo, che forse riversa sulla figlia talentuosa (dacchè l'altra, non essendo sfruttabile per i suoi scopi, non esiste proprio) sogni che lei non ha potuto realizzare. Certo, si può dire che, vista la carriera di successo, alla fine ne è valsa la pena...ma io non riesco a ragionare così, almeno non del tutto.
Il film è comunque gradevole e ben interpretato, la giovane protagonista Tecla Insolia viene un po' lasciata in ombra dalla bella interpretazione di Carolina Crescentini nel ruolo della madre Viviana (al di la di quello che penso del personaggio), bravi anche i personaggi di contorno (seppure poco valorizzati). Confesso che mi sarebbe piaciuto vedere di più la storia d'amore tra Nada e il futuro marito Gerry Manzoli dei Camaleonti, nel film si vede solo il loro primo incontro ma sono così carini che secondo me valeva la pena fare una seconda parte. Ma non si sa mai....
Regia di Adrian Shengold, con Sally Hwkins (Anne Elliot), Rupert Pnery-Jones (FRederick Wentworth), Anthony Head (Sir Walter Elliot), Julia Davis (Elizabeth Elliot), Amanda Hale (Mary Elliot), Alice Krige (Lady Russell), Jennifer Higham (Louisa Musgrove).
La giovane Anne, figlia di un baronetto, s’innamora ricambiata di Frederick, un giovane militante della Marina, inviso però alla sua famiglia, che la convince a lasciarlo per paura delle chiacchiere della gente ( essendo lui di una classe sociale inferiore).Nove anni dopo, all’età di 28 anni, Anne è ormai considerata una zitella senza speranza, che dolcemente si occupa dell’anziano padre, dei nipotini , delle sorelle. Apparentemente scialba e senza pensieri, in realtà Anne ama ancora il suo Frederick con una passione che nessuno immaginerebbe in lei.E viene premiata quando lo rincontra a un ricevimento di conoscenti: ora lui è un ricco Capitano di Marina, quindi non ci sarebbero problemi, ma l'uomo è ancora ferito dal rifiuto passato...
Versione BBC dell'omonimo romanzo ( ) di Jane Austen, è la storia di un amore che sboccia di nuovo dopo tanti anni, e che deve superare difficoltà e pregiudizi esterni ed interni ai due protagonisti.
La protagonista, Anne, ha 28 anni: per l'epoca in cui è ambientata la storia, è ormai una zitella senza speranza, tanto più che non è nemmeno avvenente. E' molto amata dai suoi familiari e dai conoscenti per il suo buon carattere, ma sembra proprio non avere più alcuna possibilità di accasarsi. Eppure nove anni prima anche Anne aveva conosciuto l'amore, e le si era presentata l'occasione di "spiccare il volo" (per quanto possibile per una donna dell'epoca ovviamente). Peccato che il prescelto, Frederick, fosse un semplice marinaio non di nobile origine, contrariamente alla famiglia della ragazza, che essendo appunto molto giovane si lasciò influenzare dal padre, dalle sorelle e da Lady Russell (amica di famiglia e punto di riferimento per Anne dopo la morte della madre), persone che tengono in grande considerazione lo status sociale nonostante siano praticamente con le pezze alle ginocchia.
Questa trasposizione in due puntate è molto bella, fedele all'atmosfera delicata e matura del romanzo originale, con protagonisti dai volti comuni e non tipicamente bellocci, in particolare la protagonista Sally Hawkins molto intensa nel ruolo di Anne, in particolare nelle scene introspettive dove si vede un intenso lavoro a livello espressivo per far trasparire i sentimenti del personaggio. Il percorso dei due innamorati nel ritrovarsi dopo tanto tempo e tanti avvenimenti, il loro cammino di riconciliazione e riavvicinamento non è semplice ed è narrato in maniera giustamente graduale, senza affrettarlo come spesso si usa fare nei alvori di questo tipo. Ottime ricostruzioni di ambienti e costumi, devo dire che mi è piaciuto molto di più del comunque apprezzabile film del 1995.
Regia di Edoardo de Angelis, con Sergio Castellitto (Luca Cupiello), Marina Confalone (Concetta Cupiello), Adriano Pantaleo (Tommasino),Pina Turco (Ninuccia), Tony Laudadio (Pasquale Cupiello),Antonio Milo (Nicolino), Alessio Lapice (Vittorio).
Napoli, 1950: è il 23 dicembre e Luca Cupiello si sveglia pronto a dedicare la giornata alla costruzione del presepe, per il quale nutre una vera e propria passione al punto da aver perfezionato nel corso degli anni
Passione non condivisa dagli altri familiari:la moglie Concetta, indaffarata dai preparativi per il cenone e il pranzo, il pigro figlio Tommasino e il fratello Pasqualino, vittima dei continui scherzi e furtarelli del nipote.
All'improvviso arriva la figlia Ninuccia, che ha litigato con il marito Nicolino: la giovane confessa alla madre di essere innamorata di un'altro uomo e di voler lasciare il consorte. Alla notizia Concetta si sente male e ne trambusto che ne segue la figlia promette alla madre che si riconcilierà con il consorte (nel frattempo accorso in casa alla notizia del malore della suocera). Peccato che l'amante della giovane sia Vittorio, amico di Tommasino e da questi invitato alla cena della Vigilia...
Versione tv del celeberrimo capolavoro di Eduardo De Filippo ( ) è ambientato vent'anni dopo l'originale.
Conosco bene anche la versione teatrale e posso dire che uno dei motivi per cui mi è piaciuta questa trasposizione tv è che, intelligentemente, evita confronti inutili per trovare una propria dimensione narrativa di fronte alla quale forse i puristi storceranno il naso, ma che secondo me per il pubblico televisivo va benissimo senza snaturare l'opera originale. Il taglio teatrale è stato modificato in taglio prevalentemente cinematografico, con inquadrature, primi piani e anche due scene in esterno che, se non vado errato, nell'originale non ci sono.
Castellitto è sicuramente un Luca Cupiello diverso da quello di Eduardo, ma altrettanto intenso: uomo d'altri tempi e convinto assertore dell'importanza della famiglia, deve trovare vari compromessi tra i suoi desideri e quella che è la realtà: una moglie con cui c'è affetto ma non poche incomprensioni , un figlio pigro che non ha voglia di mettere la testa a posto e che, caparbiamente, alla domanda del padre "Te piace u'presepe?", rispondo per dispetto "Non mi piace", un fratello lamentoso e sopratutto una figlia in grave crisi coniugale (di cui principalmente è proprio dei genitori la colpa, visto che hanno convinto Ninuccia a sposare Nicolino ugualmente anche se lei non ne era innamorata solo perchè ricco). Tutto sommato è convinto di avere creato una famiglia unita e il duro scontro con la realtà sarà fatale. Il suo attaccamento al presepe (che simboleggia le tradizioni e l'unità familiare) è la principale dimostrazione di questi compromessi: una sorta di estraniarsi dalla dura realtà concentrandosi su qualcosa di più bello, che lui stesso può davvero creare a suo piacimento.
Accanto a lui comprimari validi che forniscono buone interpretazioni (anche se non eccezionali), tra questi il giovane Adriano Pantaleo (che ricordo attore bambini in vari film e telefilm dei primi anni '90) E Antonio Milo nel ruolo del genero Nicolino, che in fondo mi ha suscitato tenerezza per la delusione cui va incontro, visto che non è una cattiva persona.
L'allestimento della scenografia di casa Cupiello e del presepe è stato curato da alcuni noti artigiani partenopei esperti nel campo.
Regia di W.D. Hogan , con Kelsey Asbille (Allie Morgan ), Jonhatan Keltz (Sam Jenson ), George Newbern (Addison Rickford ), Alexandra Metz (Mia).
Allie è una giovane giornalista che sogna di diventare reporter per il giornale presso cui lavora. L'occasione sembra presentarsi quando la ragazza viene a conoscenza di un bar il cui proprietario, Sam, si vanta di essere arrivato alla conclusione- dopo tanti anni di lavoro- che ai suoi clienti in cerca d'amore debbano berne al massimo trenta per conoscere qualcuno ed innamorarsi....
Un simpatica commediola sentimentale vista durante la quarantena, niente di particolare o di originale ma di questi tempi bui va bene tutto per alleggerirsi l'animo.
I personaggi sono simpatici ma non particolarmente approfonditi e anzi un po' stereotipati: abbiamo la giovane che non crede più nell'amore dopo una brutta delusione e si è concentrata sulla carriera, i due colleghi che non si possono vedere che vengono messi a lavorare assieme ad un progetto (e come finirà lo intuiamo praticamente subito), il ragazzo sensibile che capisce perfettamente gli altri ma che quando si tratta dei suoi, di sentimenti, è una adorabile frana....insomma le solite cose, ma in questo caso il mi che ne esce è comunque carino, anche se la sottotrama riguardante i due giovani dipendenti del locale se la poteva pure risparmiare tanto è inutile.
La location è molto carina così come l'idea degli incontri a base di caffè per trovare l'anima gemella. Forse si poteva fare un piccolo sforzo in più per approfondire la figura del nonno dato che, a differenza di quelle dei due dipendenti di cui sopra, ha una maggiore importanza all'interno della storia, però da un prodotto di questo tipo non ci si può aspettare più di tanto.
Regia di Michele Soavi, con Sergio Castellitto (Rocco Chinnici), Cristiana Dall'Anna (Caterina Chinnici),Virginia La Tella (Elvira), Luigi Imola (Giovanni),Manuela Ventura (Agata), Bernardo Casertano (Paolo Borsellino), Paolo Giangrasso (Giovanni Falcone). Il 29 luglio 1983 il giudice un'autobomba posta davanti al palazzo in cui viveva con la famiglia causa la morte del giudice Rocco Chinnici, dei due agenti di scorta Salvatore Bartolotta e Mario Trapassi e il portiere dello stabile Stefano Li Muli. Rocco Chinnici era da tempo nel mirino; in prima linea nella lotta contro la mafia ancora quando si diceva "la mafia non esiste",aveva da poco fondato il pool antimafia assieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello; il film ne ripercorre la storia personale e familiare, raccontata dalla figlia Caterina che da poco è entrata anch'essa in magistratura... Tratto dal libro "E' così lieve il tuo bacio sulla fronte" ( ) di Caterina Chinnici, è un bello e doveroso omaggio al giudice che per primo ebbe l'idea di fondare il primo pool antimafia Figura talvolta un po' dimenticata rispetto ai più noti colleghi Falcone e Borsellino, Chinnici viene raccontato attraverso gli occhi della figlia Caterina, anch'essa giudice e per qualche tempo collega del padre, un racconto affettuoso e un po' agiografico, anche se il giudice non era certo privo di difetti (un po' troppo severo sotto alcuni aspetti, ho provato pena per i poveri fidanzati della figlia). Il film ripercorre ci racconta un uomo integerrimo dedito al lavoro e alla famiglia, ma anche molto umano nel suo lavoro e con le persone con cui aveva a che fare; una persona concreta, semplice, capace di farsi rispettare senza autoritarismi o prepotenze, ma proprio per questo con molti nemici, sopratutto in un tempo in cui di mafia non si osava proprio parlare.
Sergio Castellitto, ormai specializzato in interpretazioni biografiche, ci regala un'altro personaggio impeccabile (manca un po' l'accento siciliano che invece gli altri personaggi hanno tutti), affiancato dalla giovane Cristiana Dall'Anna nel ruolo della figlia che sceglie di seguire le orme paterne anche dopo la sua morte. Data la storia e l'ambientazione, sfilano inevitabilmente i più famosi protagonisti di quella stagione, che al pari di Chinnici pagarono con la vita la loro giusta scelta di combattere la mafia: Terranova, La Torre, Mattarella, Dalla Chiesa, Falcone, e accanto a loro i tantissimi poliziotti e carabinieri uccisi. In questo film più che in altri ho percepito in maniera drammatica e pesante ciò che possono avere provato queste persone quando chiaramente, all'ennesima uccisione mafiosa, sapevano perfettamente che la loro fine si stava avvicinando. E nonostante tutto hanno scelto da che parte stare...
Regia di Roan Johnson, con Alessio Vassallo (Pippo Genuardi), Fabrizio Bentivoglio (Don Lollò Longhitano), Federica De Cola (Tanina Genuardi), Corrado Guzzanti (Prefetto Marascianno), Thomas Trabacchi (questore Monterchi), Antonio Alveario (Nenè Schillirò),Dajana Roncione (Lilliana Schillirò), Ninni Bruschetta (Padre Macaluso). Vigata, primi del '900: Pippo Genuardi, commerciante di legnami, cerca di ottenere la concessione del telefono per installare un apparecchio che collega il magazzino con la casa del suocero (suo socio in affari). Per sollecitare la pratica scrive alcune lettere al prefetto Marascianno, di natura piuttosto complottista, il quale comincia a sospettarlo di attività eversiva e lo fa pedinare. Non ottenendo risultati Pippo si rivolge pure a Don Lollò, il boss del paese... Tratto dal romanzo omonimo (1998) di Andrea Camilleri, è il terzo film tv facente parte della serie "C'era una volta Vigata", dedicata ai romanzi dell'autore siciliano che non parlano di Montalbano. Avevo letto il libro parecchi anni fa e non ricordavo molto della storia, e devo dire che anche guardando il film non sono riuscita a rammentarmela molto; evidentemente è un libro che non mi ha particolarmente colpito. E' una tipica storia di italici intrallazzi che poi sfocia in tutt'altro ma che nel frattempo mette in luce alcuni difetti che purtroppo permangono, come l'ossessione per la formalità della burocrazia che finisce per rallentare tutto e il fatto che - con le dovute conoscenze e raccomandazioni, anche poco pulite- si è molto più agevolati. Pippo, il protagonista, è il tipico uomo senza troppa arte che però è entrato nel giro dei commercianti di legname grazie al suocero (vero titolare dell'impresa) che lo ha preso a lavorare con sè come su braccio destro. Il giovane non è nemmeno malaccio ma come spesso succede al contrario dell'anziano congiunto coltiva piccole ambizioni che nel suo caso si concretizzano nell'interesse per le moderne tecniche, di cui intravede il potenziale: da qui l'idea di mettere il telefono nel magazzino di legnami, cosa che a suo dire faciliterebbe i rapporti con clienti e fornitori. E in teoria ciò è anche vero, ma non è certo l'unica motivazione di Pippo....come scopriremo man mano che la storia continua. Ovviamente si deve scontrare con la mentalità ristretta del suocero, che non vede di buon occhio le moderne diavolerìe; mentre cerca di lavorarselo ai fianchi per convincerlo - con l'aiuto della moglie, e figlia dell'uomo, Taninè- decide di darsi comunque da fare chiedendo ugualmente l'allacciamento, che però causa burocrazia tarda ad arrivare; a Pippo non resta che chiedere aiuto a Don Lollò, il locale boss mafioso, con conseguenze facilmente immaginabili.
In tutto questo la burocrazia e la legge sono rappresentate da un pedante prefetto fissato con il lotto napoletano, uno zelante carabiniere frustrato nel cercare di capire cosa vuole il suo superiore e un questore che in tutti i modi cerca di liberarsi del prefetto che non sopporta più nessuno; insomma i tutori della legge sono più presi dalle proprie beghe che dai loro reali compiti. Il ruolo di Pippo è affidato ad Alessio Vassallo, attore già comparso in altre produzioni tratte da Camilleri (ad esempio è stato il giovane Mimì nella serie "Il giovane Montalbano"), mentre Don Lollò è un Fabrizio Bentivoglio poco riconoscibile ma sempre bravo. Ritmo talvolta un po' lento ma tutto sommato non male, particolarmente divertente a mio avviso la parte in cui la povera Taninè è costretta dal suo confessore a "confessare" (scusate il gioco di parole) che le piace fare l'amore col marito, senza però riuscire a pentirsi di ciò.
Regia di Luca Manfredi, con Edoardo Pesce (Alberto Sordi), Paola Tiziana Cruciani ( Maria Sordi),Giorgio Colangeli (Pietro Sordi),Michela Giraud (Aurelia Sordi), Luisa Ricci (Savina Sordi),Alberto Paradossi (Federico Fellini),Pia Lanciotti (Andreina Pagnani),Martina Galletta (Giulietta Masina), Francesco Foti (Vittorio De Sica), Massimo De Santis (Steno). 1937: Il giovane Alberto Sordi studia recitazione all'Accademia di Milano e si mantiene facendo il portiere d'albergo. Avendo perso il lavoro ed essendo stato espulso dall'Accademia perchè ritenuto poco dotato, torna a Roma nella casa paterna. Dopo qualche sfortunata vicissitudine vince il concorso come doppiatore italiano di Oliver Hardy ed inizia a lavorare nel varietà radiofonico. Nel frattempo stringe amicizia con Federico, giovane che sogna di diventare regista, e inizia una relazione con Andreina Pagnani, attrice già celebre e più vecchia di lui di 15 anni... Vista la mia passione per il cinema (in particolare quello italiano), non potevo non guardare questo film sulla vita del grande Alberto Sordi, che comunque narra solo i primi vent'anni della sua carriera, dagli esordi fino all'esplosione della celebrità vera e propria. E purtroppo a mio avviso, questo è uno dei limiti di questo tipo di prodotti: per narrare la vita di un grande personaggio come è stato Sordi sarebbe più interessante un lavoro di alcune puntate, in modo da narrare se non l'intera biografia almeno buona parte di essa oppure la parte essenziale. Non mi piace l'idea di interrompere tutto proprio sul più bello, quando comincia la grande fama. In questo modo ci sarebbe più spazio anche per lo sviluppo degli altri personaggi: le sorelle di Sordi furono molto importanti nella sua vita, dato che vissero addirittura assieme, qui invece sono poco più che due comparse. Inoltre Sordi era molto religioso e la religione è stata una componente fondamentale della sua vita: qui non se ne vede il minimo accenno, scelta dettata dal politically correct forse?
Comunque a me Edoardo Pesce non è dispiaciuto in questo ruolo, anche se mi sembra non riesca proprio a "bucare" lo schermo e anche se il suo Sordi mi è sembrato in alcuni momenti un po' macchiettistico e non molto approfondito, il che comunque è un problema un po' per tutti i personaggi del film: diciamo che non c'è nulla di nuovo o particolare, vediamo esattamente ciò che ci aspettiamo di vedere. L'attore viene ritratto come un burlone mammone e infedele con le poche donne con cui ebbe una vera e propria relazione, anche se probabilmente questa è solo la superficie della sua personalità. Naturalmente è comunque bello e interessante vedere raccontati gli esordi di un divo del cinema , visto che questo vuol dire essere immersi nel mondo del cinema dell'epoca, in particolare di tutto ciò che gravitava attorno a Cinecittà, e vedere riproposta la magia di quegli anni speciali (fatto salvo ovviamente il periodo della guerra), ed è questa secondo me la parte migliore del film. Tutto sommato un prodotto godibile e ben confezionato esteticamente su un personaggio ancora oggi molto amato, il che di questi tempi francamente non guasta affatto.
Regia di Francesco Miccichè, con Sergio Castellitto (Aldo Moro), Valentina Romani (Lucia), Filippo Tirabassi (Riccardo), Sara Cardinaletti (Francesca), Andrea Arcangeli (Emilio). Il 16 marzo 1978 Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, viene rapito dalle Brigate Rosse dopo il massacro dei cinque agenti della scorta. Aldo Moro insegnava diritto alla Sapienza di Roma, e nei giorni del sequestro i suoi studenti, che lo aspettano, si attivano per far firmare petizioni da presentare a Palazzo Chigi per cercare di far smuovere il caso..... Il 9 maggio, preceduto da un bellissimo e toccante monologo di Luca Zingaretti, è andato in onda questo film definito tecnicamente "docufiction" (termine che non sopporto) ispirato al libro omonimo di Giorgio Balzoni, giornalista e allievo di Aldo Moro. Come da trama, il film si concentra su un aspetto che rimane spesso sconosciuto di Aldo Moro rispetto all'aspetto politico: ovvero (come dice il titolo) Aldo Moro professore, il suo rapporto con gli studenti e con l'insegnamento, ciò che ha trasmesso loro e che è rimasto a distanza di tanti anni. Sì, perchè il film è intervallato da interviste ad alcuni dei veri studenti che lasciano una testimonianza molto importante di come vissero loro i giorni del sequestro e sopratutto di come il presidente della Dc si confermasse come un insegnante attento non solo alla didattica ma anche alla parte umana degli studenti, sempre disponibile al dialogo e al confronto anche con chi la pensava in maniera estrema e lo contestava, attento a esplorare i vari ambiti della realtà e a non fare rimanere le lezioni puramente teoriche come spesso capita; per questo portava gli studenti in carcere ad ascoltare i detenuti, o nei manicomi per mostrare le condizioni disagiate in cui versavano le persone ricoverate. Esce anche un aspetto drammatico e non certo inedito, ciò il fatto che per sostenere la linea della fermezza che si scelse di seguire per non scendere a patti con i terroristi, il povero Moro venne praticamente abbandonato da tutti, tranne da Bettino Craxi e dai Radicali, che cercarono di proporre la trattativa. La cosa più brutta è che la cosa arrivò a conoscenza di Moro che ovviamente patì una grande solitudine e dolore per questa indifferenza. Sergio Castellitto è come sempre bravissimo nel tratteggiare l'umanità e la dignità del personaggio, mantenuta sino alla fine, nonostante fisicamente non somigli per nulla all'originale Aldo Moro. Un po' tagliati con l'accetta le figure degli studenti, ma del resto in una film per la tv probabilmente va ben così, l'importante è che fossero rappresentati tutti i tipi di studente: la contestatrice, quello serio, quello estremista ecc. Un degno omaggio che la Rai finalmente decide di fare nel Giorno della Memoria per le Vittime del Terrorismo, ricorrenza solitamente ignorata. Speriamo che non sia solo per il 40ennale....
Regia di Marco Montecorvo, con Beppe Fiorello (Enzo Capuano), Gianluca Di Gennaro (Tony Capuano),Gaetano Bruno (Nicola), Anna Bellezza (Leda),Domenico Pinelli (Felice), Anna Foglietta (Teresa Capuano), Christian Palati (Lello). A Scampia, Enzo Capuano gestisce una piccola palestra dove, assieme all'amico Nicola, insegna judo ad alcuni ragazzi del quartiere: l'obiettivo è quello di tenerli il più possibile lontano dal mondo della criminalità, realtà purtroppo troppo radicata in quel quartiere. Proprio per questo verrà preso di mira dai boss che non gliela faranno passare liscia... Il film è ispirato alla storia vera di Pino Maddaloni, campione olimpico di judo alle Olimpiadi di Sidney nel 2000, raccontata nel libro "La mia vita sportiva" di Gianni Maddaloni, padre di Pino. e rientra nel filone dei film con sfondo sociale, in particolare racconta una storia di redenzione e speranza attraverso lo sport. Nulla di particolarmente originale, quindi, ma trovo che questo tipo di film sia sempre utile per trasmettere esempi e messaggi positivi sopratutto nei più giovani. La storia è ambientata nel quartiere napoletano di Scampia, che penso non abbia bisogno di presentazioni per la sua fama (purtroppo) negativa: la camorra spadroneggia, e spesso anche chi in situazione di normalità tenta di non lasciarsi sopraffare e di vivere normalmente viene comunque coinvolto, visto che i boss non ci pensano due volte ad incendiare attività consdierate fastidiose: tra queste la palestra dove il protagonista Enzo assieme all'anziano amico Nicola organizza corsi di judo per bambini e ragazzi, con l'obiettivo di tenerli lontano dalla camorra, insegnare loro le regole dello sport che poi possono applicare anche nella vita, e magari dare loro una prospettiva per un futuro diverso. Enzo vive assieme alla moglie Teresa e ai figli, è l'unico che ha un lavoro, la famiglia dipende da lui; le pressioni sono tante ma tutto sommato la sua vita è serena, consapevole sopratutto di dare il buon esempio ai propri figli, il maggiore dei quali frequenta la palestra del padre. Tutto troppo pericolo ìso per la malavita locale, che ha paura di trovarsi sprovvista della "carne da cannone" sui cui solitamente fa leva, causa l'alto abbandono della scuola e la disoccupazione. Ed ecco che incendiano la palestra, causando la morte di Nicola, ecco che tirano dalla loro parte il giovane Sasà, ecco che cercano di impedire l'ingresso di Leda, una ragazzina costretta a prostituirsi e che viene salvata un poliziotto che la indirizza alla palestra; per Enzo, rimasto solo dopo la morte di Nicola, è veramente dura. Ma essendo un personaggio altamente positivo e con valori "validi" (come lo sono spesso quelli interpretati da Beppe Fiorello) il lieto fine non manca, dopo un allontanamento con il figlio che poi però gli darà grandi soddisfazioni. Come sempre Beppe Fiorello molto bravo, bravi e simpatici anche i giovanissimi, in una storia di buoni sentimenti ma a mio avviso non banale proprio perchè vera, raccontata con un buon ritmo narrativo coinvolgente.
Regia di Gianluca Maria Tavarelli, con Michele Riondino (Giovanni Bovara), Antonio Randolfo (Padre Carnazza),Ester Pantano (Trisina Cicero), Angelo Libri (La Mantia), Maurizio Puglisi (Don Cocò). Montelusa, 1877: Giovanni Bovara, nato da genitori di origine siciliana ma sempre vissuto al Nord, arriva a Montelusa come ispettore capo dei mulini con il compito di individuare gli evasori della tassa sul macinato. Scopre subito uan realtà di intrallazzi a cui non è abituato e che più cerca di dipanare, più diventa fitta, sopratutto dopo che assiste all'omicidio di Padre Carnazza, un prete corrotto e donnaiolo.... Tratto dal romanzo omonimo (1999) di Andrea Camilleri, è il primo film dedicato alla serie di romanzi ambientati a Vigata in varie epoche storiche, ma non appartenenti al filone del Commissario Montalbano (E infatti il sottitolo del film è "C'era una volta Vigata"). E difatti nel filmato andato in onda prima del film, lo stesso Camilleri dichiara di essere un po' emozionato per questa cosa e sperava che il pubblico lo gradisse. Credo che possa stare tranquillo: pare che il pubblico abbia premiato il film in termini di ascolto, mostrando di gradire questa novità fuori dal contesto di Montalbano, che del resto chi legge i suoi libri sa benissimo essere altrettanto forte per questo autore. Certo i rimandi a personaggi e ambientazioni più famose non mancano: a partire dall'ambientazione nella Vigata del 1800 (comunque la stessa del romanzo) al personaggio del protagonista, che in taluni passaggi davvero sembrava un antenato del celebre commissario, complice anche il fatto che Michele Riondino è l'attore che ha interpretato il Giovane Montalbano. Ma a mio avviso sono cose trascurabili che non inficiano la visione di una storia gradevole anche se vi sono non pochi "punti morti" nella narrazione, momenti che appaiono fastidiosamente lenti e noiosi e rischiano di far venire allo spettatore la tentazione di abbandonare la visione.
Giovanni Bovara da subito sembra un pesce fuor d'acqua, nonostante le origini siciliane: avendo infatti sempre vissuto al Nord ha interiorizzato il senso dell'ordine, delle regole, del dovere e ne ha fatto un vero e proprio stile di vita; anche per queste sue qualità viene mandato a Vigata, dove trova una situazione in cui ognuno fa quello che gli pare. Il giovane parte con l'idea di portare il suo ordine e il suo modo di fare, ma alla fin fine sarà lui a doversi adeguare, imparando il siciliano come strumento essenziale per capire il modo di agire di certe persone e quindi tirarsi fuori dai guai. Riondino è molto bravo a descrivere il cambiamento interiore prima ed esteriore poi del suo personaggio, ed inevitabilmente poi finisce per fare da mattatore nella vicenda, seppure supportato da personaggi altrettanto validi: il prete corrotto e donnaiolo, la giovane vedova che fa il doppiogioco, i mafiosi disposti a tutto...va bene, anche un po' stereotipati, ma tutto sommato credibili. Spero che ne facciano ancora di film di questo tipo, dato che molti romanzi di Camilleri di questo filone sono davvero bellissimi.
Regia di Luca Manfredi, con Elio Germano (Nino Manfredi), Duccio Camerini (Romeo Manfredi),Stefano Fresi (Tino Buazzelli), Miriam Leone (Erminia Ferrari), Barbara Ronchi (Rossella Falk). 1940: dopo tre anni passati in sanatorio il giovane Nino esce e la sua strada pare già tracciata: il padre carabiniere infatti, desiderando che l figlio diventi avvocato, lo iscrive all'Università. Ma l'estroso ragazzo non è proprio sicuro che quella sia la sua strada, e ne ha la conferma dopo aver stretto amicizia con un gruppo di giovani studenti dell' Accademia: si appassiona alla recitazione che decide che farà l'attore. Per accontentare comunque la famiglia decide nel contempo di portare l'Università a compimento... Con questo bel film per la tv il regista Luca Manfredi rende omaggio al padre, il grande attore Nino Manfredi, scomparso nel 2002. Il film narra in realtà solo una parte della vita dell'attore, ovvero si arriva fino agli inizi della notorietà; ma vediamo comunque che quella di Manfredi è stata una vita singolare di un personaggio singolare fin da subito. Si comincia nel 1940, quando il giovanissimo Nino è in sanatorio colpito da TBC, e passa il suo tempo a comporre cazoni ironiche e fare imitazioni per rallegrare i compagni di sventura; figlio di un maresciallo dei carabinieri che sogna per lui una laurea in giurisprudenza e un tranquillo avvenire da avvocato, il giovane lascia correre fino a quando, una volta dimesso, si pone davvero il quesito "cosa voglio dalla vita?"; l'incontro decisivo è quello con un gruppo di giovani studenti dell'Accademia di arte (tra cui Tino Buazzelli e Rossella Falck) che gli fa prendere la decisione di laurearsi comunque per non deludere la famiglia, ma studiare arte per soddisfare sè stesso e le proprie ambizioni. Trascorrono così gli anni bui della guerra, si arriva ai primi anni '50 quando ormai laureato e col doppio titolo di studio, il giovane Nino si arrabatta con qualsiasi lavoro e comparsata pur di poter guadagnare pochi soldi; il successo è però dietro l'angolo con l'ingresso nel mondo del cinema, e quasi contemporaneamente conoscerà quella che diventerà la sua compagna di vita, Erminia, giovane indossatrice scottata da un ex fidanzato delinquente.... Insomma il film ripercorre sostanzialmente gli anni della giovinezza di Manfredi e degli esordi, dando un taglio forse un po' romanzato ma sostanzialmente fedele, del resto chi meglio del figlio può conoscere la storia del padre? In sostanza comunque un film godibilissimo e molto ben fatto, e gran parte del merito a mio avviso va a Elio Germano nel ruolo del protagonista; recitato davvero benissimo, a tal punto che in alcune scene si ha davvero l'impressione di rivedere il vero Nino Manfredi, seppure la somiglianza fisica all'originale, anche da giovane, non sia poi tanta. Accanto a lui altri validi comprimari come Stefano Fresi e Barbara Ronchi, e la bella Miriam Leone nel ruolo della fidanzata (poi moglie) Erminia. Proprio la parte riguardante la storia tra Nino ed Erminia risulta a mio avviso un po' affrettata e debole rispetto al resto del film, ma è un difetto accettabile. Un degno omaggio a uno dei nostri più grandi attori.