Regia di Robert Zemeckis, con Michael J. Fox (Marty McFly ), Christopher Lloyd (Doc Emmett Brown), Lea Thompson (Lorraine McFly), Crispin Glover (George McFly), Thomas F. Wilson (Biff),Claudia Wells (Jennifer).
Marty McFly, 17enne svogliato a scuola e con ambizioni da rockstar, è il migliore amico di Doc, uno strampalato inventore sempre in attesa dell'invenzione che gli cambierà la vita.
che in effetti arriva presto: Doc crea una macchina del tempo trasformando una DeLorean e dà appuntamento a Martin per mostrargliela e spiegarne il funzionamento, ma per una serie di circostanze il ragazzo si ritrova catapultato nel 1955, giusto in tempo per conoscere i suoi genitori da giovani.
Per tornare al 1985 Marty dovrà cercare di non modificare assolutamente il corso delle cose e dell vite altrui, m non è facile....
Compirà 40 anni tra circa tre anni anche questo film, capostipite di una fortunata serie e amatissimo ancora oggi.
Si può dire "40 e non li dimostra"? Secondo me sì, considerato il successo che continua a ottenere anche presso un pubblico di giovanissimi
L'idea del viaggio nel tempo non è particolarmente originale anche se funziona perchè - almeno credo- è uno di quei desideri irrisolti dell'umanità (sicuramente lo è per me!). Più interessante il fatto che il giovane Marty, arrivato negli anni '50, scopre che non erano poi così idilliaci come solitamente vengono dipinti, e in particolare i rapporti fra i suoi genitori sono tutto l'opposto di quello che lui finora aveva pensato; anzi, gli stessi genitori adolescenti non sembrano nemmeno delle persone così desiderabili da conoscere. E tuttavia Marty si trova costretto a intervenire nelle vicende del passato per modificarle, in quanto se Lorraine e George non si innamoreranno (e quindi in seguito sposeranno) Marty rischia di non nascere....come andranno le cose non è troppo scontato, e nemmeno il risultato di tale intrusione nella vita della famiglia McFly negli anni '80 (alla faccia della regole solitamente presente quando si tratta di viaggi nel tempo: "il futuro non può essere cambiato in alcun modo").
Per il resto credo che il film funzioni ancora oggi perchè mantiene un sua freschezza: le trovate tecnologiche/scientifiche oggi possono anche fare sorridere ma all'interno della storia hanno un loro perchè, le interpretazioni degli attori sono ottime e accattivanti (Michael J. Fox è un adolescente in cui molti si possono riconoscere ancora oggi, e Christopher Loyd per me è al suo massimo), senza contare anche le interpretazioni dei comprimari. Riguardo al protagonista, ancora più notevole è la sua perfomrmance sapendo che all'epoca recitava di giorno nel telefilm "Casa Keaton" e per Zemeckis la sera fino alle due di notte : tanto di cappello perchè io non ce l'avrei fatta!
La colonna sonora inoltre è godibile ancora oggi, e sotto molti aspetti il film può considerarsi uno dei manifesti degli anni '80 attualmente tanto di moda.
Regia di Aldo Baglio, Giacomo Poretti, Giovanni Storti e Massimo Venier. con Aldo, Giovanni e Giacomo, Marina Massironi (Marina), Giuseppe Battiston ( ), Silvana Fallisi (Silvana).
Aldo, Giovanni e giacomo sono tre amici che vivono a Milano: aspiranti attori, si devono accontentare di guadagnarsi da vivere con lavori ordinari e di coltivare il loro sogno di mettere in scena, con la loro piccola compagnia teatrale, una versione di "Cyrano di Bergerac".
Un giorno Giovanni conosce la hostess Marina con cui inizia una storia d'amore: tutto bene, finchè per un errore in un momento di crisi egli crede che la ragazza abbia una tresca con Giacomo e la lascia, distruggendo anche il gruppo di amici. Tre anni dopo però arriva una brutta notizia: Aldo, tornato in Sicilia, ha avuto un brutto incidente e forse è in fin di vita. Giovanni, Giacomo e Marina mettono da parte le loro divergenze per andare a trovarlo....
Pochi giorni fa ha festeggiato vent'anni questo bellissimo film di Aldo, Giovanni e Giacomo, che vidi al cinema all'epoca dell'uscita assieme a mia sorella e che da subito è entrato a far parte dei miei film preferiti: ci siamo sentite davvero vecchie!
Adoro il trio da molti anni ormai (vidi anche il loro spettacolo teatrale quando vennero a Brescia nel 2006) ma ritengo che questo sia il loro film migliore: un mix perfetto di comicità, poesia, surrealità e serietà visti alcuni temi trattati, con una colonna sonora che accompagna perfettamente ogni momento della storia.
Ambientata in una Milano descritta con affetto e con una visione quasi magica, sospesa tra modernità ed elementi classici (un esempio per tutti le due scene del giro in bici di notte e della partita a basket con i vigili), è una storia sull'importanza dell'amicizia e dell'amore, dei corsi e ricorsi che spesso la vita porta in queste situazioni, degli equivoci che spesso portano a situazioni che mai avremmo immaginato di vivere. Aldo Giovanni e Giacomo, che interpretano sè stessi non credo solo per il nome, sono tre amici uniti da sempre, sempre pronti ad aiutarsi e condividere tutto, che verranno divisi a causa di una donna (o meglio, di un equivoco riguardante l'incolpevole Marina): un classico clichè narrato con leggerezza, poesia, tristezza e alla fine gioia per la risoluzione positiva che ribalta la prospettiva classica evitando alla storia di scadere nella noia e nella banalità.
In mezzo, un'opera teatrale (non a caso il Cyrano, significativo per molti aspetti) da mettere in scena, credo scelta non a caso e in cui alla fine ogni interprete, che inizialmente sembrava improbabile, troverà perfettamente il proprio spazio e la propria dimensione. Così come la trovano anche gli interpreti di contorno, tra cui Silvana Fallisi (moglie di Aldo, che qui interpreta la sua fidanzata), Giuseppe Battiston, Antonio Catania e tanti altri, in ruoli piccoli ma significativ che rimangono in mente allo spettatore vivendo di luce propria.
I momenti da citare sarebbero tanti: l'interpretazione di "Teorema" in "versione Aldesca", la battuta sul "grande irreprensibile Albertazzi" durante un provino per il ruolo di Rossana, la visita finale ad Aldo con la mitica zia Caterina, la scena con il ladro improvvisato Giuseppe Battiston che riceve un aiuto impensato da coloro che voleva rapinare, le già citate scene in bici di notte...non saprei proprio dove concludere!
L'ottima colonna sonora è ad opera di Samuele Bersani, che incornicia e sottolinea perfettamente varie scene del film. Ancora oggi quando sento brani come "chiedimi se sono felice"...ma batte forte il cuore, e mi sembra di tornare a tanti anni fa.
Troppo sdolcinata e personale come recensione? Fa niente, il cinema è sempre stato parte integrante della mia vita, e quindi per me significa anche questo: emozioni, ricordi e talvolta felicità e bei momenti, proprio come dice il titolo.
Regia di Robert Zemeckis, con Tom Hanks (forrest Gump), Robin Wright (Jenny), Sally Field (signora Gump ) Gary Snise (Tenente Dan), Mykelti Williamson (Buba).
Alla fermata dell'autobus, Forrest Gump racconta la storia della sua vita ad ascoltatori occasionali.
Nato in Alabama e figlio di una madre single, fin da piccolo Forrest a causa di un lieve ritardo mentale ha dovuto fare i conti con i bulli che tormentavano lui e l sua migliore amica Jenny; per reazione (e quasi per caso) ha cominciato a sviluppare altre abilità fisiche ed emotive che li porteranno ne corso della sua vita ad essere alla ribalta pur senza cercarlo veramente. Sopravvive al Vietnam e in ricordo dell'amico morto Buba riesce a fondare un impero sulla pesca dei gamberi, vivrà varie vicissitudini prima di ritrovare Jenny....
Spulciando il blog mi sono accorta che nel passaggio da Splinder a Blogger nel 2011 sono andati perse numerose recensioni, cosa di cui mi accorgo solo ora.
E quindi ora mi tocca rimediare con pazienza, cominciando da uno dei miei film favoriti che non poteva assolutamente non essere presente su questo blog e che tra l'altro quest'anno compie 25 anni.
A mio parere Forrest Gump è uno dei film che ha più segnato la mia generazione e il cinema degli anni '90, basti pensare a come alcune frasi pronunciate nel film (prima fra tutte il celeberrimo "La vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita") siano entrate nel linguaggio comune o alle citazioni che ha a sua volta avuto in tanti film.
Il protagonista, a mio avviso, è la personificazione del mito del "sogno americano", dove anche la persona più semplice con la buona volontà e il duro lavoro può arrivare ovunque e diventare qualcuno. Forrest infatti, ragazzo disabile e con lieve ritardo mentale cresciuto da una madre single nell'Alabama degli anni '50, nel corso della sua storia (che coincide con circa 30 anni di storia americana) grazie a una serie di fortunate coincidenze e ad alcune sue particolari abilità fisiche arriva a vivere una vita straordinaria, incontrando e ispirando senza volerlo personaggi famosi,diventando eroe di guerra durante il Vietnam, Campione mondiale di ping pong e industriale di successo.
Verrebbe da dire "che cxxxxo!", ma in realtà anche Forrest ha i suoi dispiaceri, dato che non riuscirà a salvare l'amata Jenny, che al contrario di lui essendo rimasta vittima da bambina di abusi sessuali non riesce a superare il trauma, vive una vita di eccessi e sbagli in cui l'unico periodo sereno è quello trascorso con Forrest e muore di Aids quando questa malattia era ancora agli inizi.
Riesce invece involontariamente (e contro la volontà dello stesso) a fare la differenza nella vita del tenente Dan, lo scorbutico superiore immerso nella logica militaresca che Forrest salva in guerra e a cui vengono amputate le gambe, rendendolo ancora più acido (cosa perfettamente comprensibile): la sua vita sarà una continua discesa negli abissi ma una volta toccato il fondo, grazie all'incontro con Forrest che lo coinvolge nella sua impresa della pesca dei gamberi, riuscirà a riconciliarsi con la vita e a risalire la china trovando, alla fine, il suo posto nel mondo.
In tutto ciò Forrest mantiene la sua straordinaria semplicità, anche quando incontra persone famose (tra cui ben tre presidenti USA) vive la cosa in modo normalissimo senza dare troppa importanza alla straordinarietà degli eventi.
Insomma la storia ha varie metafore e piani di lettura, e forse anche per questo è un film sempre gradevole da rivedere, che appassiona dopo tanti anni.
Per l'epoca una delle cose più notevoli furono senza dubbio gli effetti speciali nelle scene in cui Forrest incontra personaggi famosi già defunti da tempo, girati in CIG (ovvero si prende un filmato di repertorio dove il personaggio in questione è presente e si inserisce in modo digitale Forrest Gump rendendolo parte della scena). L'effetto finale è un notevole coinvolgimento dello spettatore, che è inconsciamente indotto a pensare che Forrest Gump sia realmente esistito, aumentando così l'illusione scenica che già normalmente si crea quando si guarda un film. (quest'ultima parte l'ho copiata da Wikipedia per semplicità, mi sembra corretto dirlo).
In sottofondo una colonna sonora che non poteva non essere ricchissima, con brani di Elvis Presley, Beach Boys, Bob Dylan, Doors, Aretha Franklin, Mamas and Papas, Simon and Gurfunkel e molti altri.
Intense le interpretazioni degli attori, oltre a Tom Hanks più in evidenza per ovvie ragioni abbiamo Robin Wright nel tormentato ruolo di Jenny, Gary Snise nell'altrettanto tormentato tenente Dan e Sally Field in quello della mamma di Forrest.
Il film vinse nel 1995 sei premi Oscar: miglior film, miglior regista, migliore attore protagonista, migliori effetti speciali, montaggio e sceneggiatura non originale. Ebbe anche due nomination ai David di Donatello.
Rivedendo per l'ennesima volta uno dei miei film preferiti "Nuovo cinema Paradiso" non ho potuto fare a meno di cercare di stilare un piccolo elenco dei moltissimi film citati all'interno della pellicola (scena dei baci compresa).Non sono riuscita a distinguere proprio tutti ma ritengo di avere fatto un buon lavoro....
Regia di Simon Langton, con Colin Firth (Mr. Darcy), Jennifer Ehle (Elizabeth Bennett),Susannah Harker (Jane Bennet), Julia Sawalha (Lydia Bennet),Lucy Briers (Mary Bennet), Polly Maberly (Kitty Bennet), Benjamin Whitrow (Mr. Bennet),Alison Steadman (Mrs Bennet),David Bamber (Mr Collins), Crispin Bonham Carter (Mr. Bingley),Anne Chancellor (Caroline Binlgey), Adrian Lukins (George Wickham), Barbara Leigh Hunt (Lady Catherine de Bourgh), Lucy Scott (Charlotte Lucas). Nell'Inghilterra di fine ‘700 la vita della famiglia Bennett( genitori e cinque figlie)vien sconvolta dall’arrivo nella vicina proprietà di un simpatico gentiluomo, Mr Bingley,e del suo arrogante e borioso amico, Mr Darcy. Il prima s’innamora ricambiato della dolce Jane, la maggiore delle Bennett, ma l’altezzoso Darcy e le sorelle di Bingley complottano per separarli , in quanto non apprezzano la famiglia di lei( troppo plebea per i loro gusti).Nonostante tutto Darcy non ha fatto i conti con la forza dei sentimenti in quanto s’innamora della bella, intelligente e spigliata Elizabeth, sorella di Jane;quando arriva a confessarglielo,lei lo respinge facendogli notare quanto lo ha sempre disprezzato per la sua altezzosità e per i suoi modi boriosi.Ma in seguito sia Darcy che Elizabeth avranno modo di conoscersi meglio e rivedere le proprie opinioni e i propri sentimenti.... Con mio grande sgomento mi sono accorta di non avere finora MAI fatto la recensione di uno dei miei sceneggiati favoriti (ebbene sì, io li chiamo ancora così essendo una ormai vecchia signora)... non mi resta che rimediare, e di corsa! Versione BBC dell'omonimo romanzo ( ) di Jane Austen, è considerata- nonostante alcuni cambiamenti poco significativi rispetto al libro, tranne forse la scena del lago- la più nota e apprezzata finora, e giustamente data l'accuratezza con cui è stata realizzata. La storia delle sorelle Bennet e del piccolo mondo di provincia in cui vivono rappresenta uno spaccato di storia della società inglese dell'epoca, oltre a essere una delle storie d'amore più amate della letteratura; in questa versione, curata seguendo il romanzo passo passo non solo nel testo letterario ma anche nelle scenografie, nei costumi, pettinature ecc, viene sottolineato come i sentimenti e le dinamiche amorose ma anche sociali e familiari in fondo restino quello di sempre.
Il personaggio più amato in assoluto di questo sceneggiato Tv è sicuramente Mr Darcy interpretato da un ottimo Colin Firth, solitamente considerato il migliore di tutte le trasposizioni fatte finora (personalmente a me è piaciuto molto anche Laurence Olivier nel film del 1940): l'interpretazione misurata dell'attore fornisce perfettamente il carattere altezzoso di Darcy combattuto tra l'amore per Elizabeth e il modo di fare che ha sempre conosciuto. Con Jennifer Ehle, bellezza semplice e solare che attraverso i suoi sorrisi e sguardi rivela molto del carattere e dei turbamenti di Elizabeth, forma una coppia perfetta e accattivante che buca il piccolo schermo e fa appassionare gli spettatori. In generale tutti gli attori sono ottimi nei loro ruoli, visto che anche per i ruoli più piccoli è stato richiesto agli attori un lavoro minuzioso di studio e caratterizzazione anche fisica e fin nei minimi particolari, colori degli abiti compresi: in tal modo impossibile non immaginare una Mrs Bennet, una Lydia o un Mr Collins diversi da quelli che compaiono qui, anche se francamente Susannah Harker mi sembra meno bella della Ehle (mentre Jane dovrebbe essere la più bella delle sorelle). Una menzione particolare la meritano gli stupendi paesaggi, anch'essi non scelti a caso visto che devono fare da contorno ai caratteri dei personaggi e ancora prima alla loro posizione sociale. Difficilmente troverete un amante dell'opera austeniana che non ami questa versione rimasta nell'immaginario collettivo, tant'è vero che Helen Fielding, l'autrice de "Il diario di Bridget Jones", chiamò Mark Darcy il suo personaggio proprio in omaggio al romanzo e nel 2001, quando girarono il film, chiese (venendo accontentata, come tutti sappiamo) che fosse Colin Firth a interpretarlo.
Regia di Baz Luhrmann, con Nicole Kidman (Satine), Ewan McGregor (Christian),John Leguizamo (Toulouse Loutrec),Jim Broadbent (Harold Ziedler),Richard Roxbourg (duca di Monrot). Parigi, 1899: Christian è un giovane di buona famiglia che, volendo ribellarsi all'autorità paterna che gli impedirebbe di coltivare il suo sogno di diventare poeta, se ne va di casa andando a vivere nel quartiere di Montmartre, cuore della vita "bohemien". Qui fa amicizia con i componenti di una sgangherata compagnia teatrale e con il pittore Toulouse Loutrec, che lo introducono al celebre teatro Moulin Rouge, la cui star è la ballerina Satine, che a sua volta sogna di poter lasciare quel luogo e diventare un'attrice di teatro. Per farlo però la giovane sa benissimo di avere bisogno di un potente protettore, individuato dal suo impresario Harold Ziedler nel duca di Montrot; ma quando Christian e Satine si incontrano, l'amore ci mette lo zampino..... Il genere del musical era ormai dato per disperso nel mondo del cinema quando, nel 2001, uscì questo film di Baz Lurmahn colorato e visionario come da stile del regista. Fu un grandissimo successo- scandalosamente quasi ignorato agli Oscar- oltretutto meritato: su una trama semplice e basata sul melodramma da opera lirica (inevitabili i rimandi alla "Traviata"), il regista costruisce, tramite mescolanza di generi che è una delle caratteristiche principali della sua opera,una storia romantica e coinvolgente...e, personalmente, ho trovato più coinvolgente il ritmo con cui la storia è narrata, la curiosità riguardo alla scenografia kitsch e sopratutto il fascino dei due protagonisti principali rispetto alla storia d'amore. Sarò anche di parte- entrambi sono fra i miei attori favoriti- ma trovo che in questo film Ewan McGregor e Nicole Kidman siano stati straordinari e abbino fornito la prova più bella della carriera di entrambi. In particolare lei, in questo film stupenda e affascinante come poche se ne trovano; oltretutto hanno rivelato ottimi dote canore, alcune canzoni le ho preferite alle originali (tipo "Your song" di Elton John).
Certo, non si può notare qualche concessione al kitch più puro, ma del resto chi conosce questo regista sa che è una sua caratteristica quella di mischiare eleganza e kitch in parti uguali sia a livello visivo che a livello narrativo (mischiare melodramma da opera lirica e canzoni pop, appunto). Il risultato è comunque ottimo dal punto di vista visivo: tanti colori, tanta "abbondanza visiva" che corre in parallelo con la storia: tanta fino a metà, poi pian piano decrescendo al ritmo della tragedia che si compie. In tutto ciò la musica ha un ruolo determinante e si può ben dire che forse è lei la vera protagonista del film: i personaggi integrano i loro dialoghi con canzoni pop rivisitate e addirittura mescolate in modo da ottenere un vero e proprio testo ("Elephant love medley"), con una carrellata delle più amate canzoni d'amore dagli anni '50/a oggi, mettendo la musica a servizio di ogni singola scena del film. E che dire degli attori? Semplicemente superbi: la Kidman ha fornito nel ruolo di Satine, novella "Traviata", la sua migliore interpretazione, quella per cui VERAMENTE avrebbe meritato l'Oscar, regalando la mondo del cinema un personaggio femminile indimenticabile (e forse, poco ricordato purtroppo); Ewan Mc Gregor (all'epoca il mio attore preferito) è altrettanto bravissimo e piacevole nei panni del giovane poeta ribelle che finisce protagonista di una tragica storia d'amore, ma rimane sempre un po' oscurato dalla potenza della collega femminile (non so se sia una cosa voluta); tra i comprimari, spiccano John Leguizamo nel ruolo di un travolgente Toulouse Loutrec, Richard Roxbourg nel ruolo del cattivo e vanesio duca (che a me, in alcuni aspetti, ha ricordato molto Don Rodrigo) e Jim Broadbent nel ruolo di Harold Ziedler, personaggio realmente esistito e imprenditore del Moulin Rouge, affettuoso e paterno nei confronti di Satine ma non fino al punto di trascurare o sacrificare gli affari. Come già detto, nonostante le premesse per gli Academy fossero ottime, il film fu scandalosamente snobbato agli Oscar 2002, ricevendo solo due statuette su otto nomination, e nemmeno nelle categorie principali: costumi e scenografia. Meritati, per carità ma.....SOLO?!Nonostante il film abbia poi fatto incetta di altri premi, non ho avuto parole all'epoca e non ne ho nemmeno oggi.
Regia di Francis Ford Coppola, con Al Pacino (Michael Corleone), Robert De Niro (Vito Corleone giovane), Robert Duvall (Tom Hagen),John Cazale (Fredo Corleone), Talia Shire (Connie Corleone), Diane Keaton (Kay Adams), Michael V. Gazzo (Frankie Petrangeli),Lee sTrasberg (Hyman Roth). Dopo la morte di Don Vito Corleone suo figlio Mike, succedutogli, si trasferisce nel Nevada per guidare gli affari nel campo del gioco d'azzardo. Sposato con Kay e padre di due figli, si ritrova come previsto a dover fronteggiare molti nemici ch ambiscono a farlo fuori, ivi compresi alcuni membri della sua famiglia...; In parallelo, abbiamo la storia di Don Vito: mandato dalla madre in America da bambino per sfuggire a una vendetta mafiosa, il giovane Vito inizialmente è un immigrato come tanti, che lavora come commesso presso un fruttivendolo e vive in ristrettezze con la giovane moglie e il figlio piccolo; quando il padrone è costretto a licenziarlo in favore di un boss Vito giura che non sarà da meno. E da lì parte la scalata al crimine.... Raramente i seguiti sono allo stesso livello del primo film; solitamente non riescono, oppure sono solo una ripetizione con poche varianti della storia originale. Questo secondo capitolo del "Padrino" (anch'esso tratto dalla seconda parte del romanzo omonimo di Mario Puzo) rappresenta una delle poche eccezioni alla regola, anzi, per quanto mi riguarda l'ho trovato in alcune parti ancora più coinvolgente del primo. Sempre a mio modesto avviso, è anche il migliore della trilogia. Don Vito Corleone, morto alla fine del primo film, qui rivive nella sua gioventù interpretato da Robert De Niro, che non fa certo rimpiangere Brando e anzi, tratteggia ottimamente il giovane Vito al punto da far davvero pensare che il personaggio nei due film sia stato interpretato dallo stesso attore.
A mio avviso proprio la parte che riguarda la storia di vito è la più interessante, dato che sembra segnata dal destino mafioso fin dall'inizio: il piccolo Vito infatti viene messo dalla madre da solo su una nave in partenza per l'America per essere salvato da una vendetta mafiosa, che già ha sterimanto suo padre. Completamente solo, il ragazzino cresce affidato a un'altro immigrato che gestisce un piccolo negozio di frutta e verdura, e fino ad un certo punto la sua vita è quella di un qualunque altro immigrato: lavora nel negozio del suo benefattore, si sposa, vive in ristrettezze ma onestamente. Qualcosa in lui cambia quando subisce un sorpruso grave, e anzichè capire di lottare contro chi lo ha messo in atto, decide di passare dalla loro parte vedendoli come dei vincenti. Parallelamente abbiamo la storia di Mike, il figlio che nel primo film è passato dall'essere contro la mafia e deciso a non occuparsi delle attività di famiglia a diventarne addirittura il capo dopo la morte del padre: il suo potere si consolida, ma ne fanno le spese i legami familiari, primo fra tutti quello con la moglie Kay, che non accetta più di vivere in un mondo di delinquenti, ma anche quello con la sorella Connie e il fratello Fredo; questa parte a mio avviso è molto malinconica, Mike è un uomo che piano piano rimane solo e che arriva a sacrificare anche gli affetti familiari come un sacrificio doloroso ma inevitabile. Come già nel primo film Mike è interpretato ottimamente da Al Pacino, affiancato dagli altri membri del cast altrettanto ottimi: in particolare Diane Keaton nel ruolo di Kay, personaggio il cui amore viene crudelmente disilluso, e John Cazale nel ruolo del debole e forse ingenuo Fredo, che pagherà caro il suo lasciarsi trascinare dalla brama di potere altrui. La narrazione sui due piani temporali si alterna senza infastidire la visione complessiva del film (contrariamente a quanto succede solitamente, almeno per me), e la fotografia calda e scura alternata permette di sottolineare meglio l'atmosfera generale del film. Come sempre ottima colonna sonora di Piergiorgio Farina e Nino Rota. Nel 1976 il film vinse sei premi Oscar: miglior film, miglior regista, attore non protagonista a Robert De Niro (che per prepararsi al ruolo e imparare il siciliano prima delle riprese del film visse sei mesi nella zona di Corleone), miglior scenografia, sceneggiatura non originale.
Regia di Dino Risi, con Alberto Sordi (Alberto Nardi), Franca Valeri (Elvira Almiraghi),Livio Lorenzon (Marchese Stucchi),Leonora Ruffo (Gioia), Nando Bruno (Zio di Alberto). Alberto Nardi è un industriale ambizioso ma incapace: titolare di una ditta di ascensori, è riuscito a piazzarne pochissimi e oltretutto difettosi, e le varie speculazioni d'affari da lui tentate si sono sempre rivelate disastrose. Finora è stato economicamente soccorso dalla moglie Elvira, che al contrario del marito non solo è milionaria di suo ma è anche imprenditrice di successo e con il talento negli affari. Dopo l'ultimo fallimento Elvira decide di chiudere i rubinetti costringendo il marito a rivolgersi a un strozzino, ma proprio quando Alberto è sull'orlo della disperazione ecco la notizia: il treno diretto in Svizzera su cui viaggiava Elvira è deragliato precipitando in un lago, senza lasciare sopravvissuti. Alberto eredita così l'intero patrimonio di Elvira; ma mentre si svolge la veglia funebre e il neo vedovo già favoleggia sull'uso dello sterminato conto in banca ecco che la defunta ricompare: all'ultimo minuto una telefonata di lavoro le aveva fatto perdere il treno.... In assoluto uno dei migliori film italiani, nonchè un esempio perfetto di commedia all'italiana. Stavolta non posso essere accusata di parzialità perchè davvero so che questi due giudizi su questo film sono condivisi in generale dal mondo del cinema e della critica, oltrechè meritatissimi. Ispirato in parte al "Caso Fenaroli"- un famoso caso di cronaca nera di quegli anni-è un film dove il maestro Dino Risi rivela un insolito "black humor" con una trama che celebra una Milano che non c'è più, quella dell'appena iniziato boom economico, e allo stesso tempo mette alla berlina comportamenti e personaggi tipici dell'epoca: in questo caso uno dei tanti piccoli imprenditori senza capacità che s gettavano nell'avventura pensando di diventare milionari ma che inevitabilmente fallivano proprio per la loro incompetenza. E' il caso di Alberto Nardi, che oltre ad essere incompetente è pure disonesto visto che cerca di piazzare i suoi ascensori anche se sa benissimo che sono difettati e che prende costantemente per il naso i creditori cui continua a rivolgersi; tanto a saldarli c'è Elvira, la moglie arpia che non sopporta (ampiamente ricambiato) e che oltretutto è tutto il suo opposto: titolare di un patrimonio di circa cento milioni di lire (all'epoca, quindi Elvira è miliardaria), è pure una donna d'affari di successo che non sbaglia un progetto o una speculazione in Borsa. Cosa abbia unito un giorno i due al punto di arrivare al matrimonio non è dato saperlo, e probabilmente nemmeno loro se ne ricordano più (anche se , nel caso si Alberto, il sospetto è evidente e giustificato); per certo lo spettatore sa che attualmente il loro matrimonio è diventato un gioco al massacro fra due personalità che cosi rivelano la loro aridità, cattiveria e piccineria (seppure in modo comico). L'esempio più evidente è il soprannome con cui Elvira si rivolge al marito, quel "cretinetti" volto a umiliarlo palesemente. Elvira però è sì arpia e stronzetta, ma non certo stupida e quindi ad un certo punto chiude saggiamente i rubinetti di fronte alla follia spendaccione del marito: non potendo separarsi (all'epoca non c'era il divorzio in Italia) prende atto di essere sposata con un imbecille (sue stesse parole) e continua tutto come prima, limitando però i danni economici. Il povero Alberto, assillato da creditori e usurai, se la vede davvero brutta quando arriva il miracolo...e davvero, potete credermi, se già prima il film era godibile da questa parte in poi diventa formidabile. La storia è più o meno nota e quindi non starò a ripeterla- anche per non rovinare la sorpresa di chie eventualmente non l'avesse visto- ma la serie di avvenimenti che si susseguono dalla presunta morte di Elvira, la reazione ipocrita di Alberto, il ritorno della "defunta"in una scena davvero mitica e la conseguente progettazione di un piano per farla fuori di nuovo è davvero coinvolgente per lo spettatore come poche volte succede. Sordi e la Valeri sono una coppia perfetta: due mondi paralleli: lui ambiguo cialtrone che con le chiacchiere copre la propria inettitudine, lei sarcastica e tagliente a scoprire le carte in tavola. Attorno a loro alcuni comprimari perfettamente a loro agio nei rispettivi ruoli ben delineati, che non restano solo sullo sfondo: Livio Lorenzon nel ruolo del marchese Stucchi, vittima e complice del Nardi, Eleonora Ruffo nel ruolo della svampita (ma non troppo) amante di Alberto, e Nando Bruno nel ruolo dello zio, altro complice e-in fondo- dipendente del nipote. La battuta migliore? Quando Alberto- in un momento in cui tenta di farsi passare per sentimentale- dice a Elvira: "io ti ho dato il mio entusiasmo, la mia allegria...ma tu cosa mi ha dato?" e lei, diretta: "70 milioni in cinque anni!".
Regia di Luigi Magni, con Nino Manfredi (Cornacchia),Claudia Cardinale (Giuditta), Enrico Maria Salerno (Nardoni), Robert Hossein (Leonida Montanari),Renauld Veverley (Angelo Targhini),Ugo Tognazzi (Cardinal Rivolta),Alberto Sordi (il frate), Britt Ekland (principessa Spada). Nella Roma papalina del 1825 i due carbonari Leonida Montanari e Angelo Targhini pugnalano (ferendolo di striscio) il loro compagno Filippo Spada il quale, in crisi a causa della morte della figlioletta di pochi giorni, si era pentito dell'affiliazione alla carboneria e aveva rivelato alcuni segreti al suo confessore. Per questo vengono arrestati e condannati a morte; mentre sono in prigione il ciabattino Cornacchia e Giuditta, una giovane ebrea di cui tutti e tre sono innamorati, cercando di trovare un modo per salvare loro la vita.... A mio avviso uno dei film italiani più belli, scoperto qualche anno fa dopo la morte del regista Luigi Magni, la cui tematica preferita è l'800 italiano e la Roma papalina. Il film è il primo di una trilogia proseguita con "In nome del Papa RE" (1977) e "in nome del popolo sovrano" (1990) che hanno in comune, oltre al regista e all'ambientazione, anche due degli attori (Manfredi e Sordi); la Roma papalina second Magni è piena di ipocrisie, intrighi, popolani che tirano a campare perchè non sanno ribellarsi al potere che li opprime, e nonostante le incongruenze storiche (ad esempio la sentenza di morte dei due carbonari non fu comminata dal cardinale Rivarola ma da un'altro prelato) a mio avviso è un'ottimo affresco di un'epoca drammatica e intensa ma anche piena di speranza, visto che si stavano gettando i semi per l'Unità d'Italia.
Al successo del film contribuiscono ovviamente gli attori, dato che il film riunisce tra i migliori interpreti del cinema italiano: su tutti a mio avviso emerge la splendida e intensa Claudia Cardinale nel ruolo della giovane ebrea Giuditta, donna di uan bellezza splendente non solo nel fisico ma anche nell'animo, dotata di una forte e istintiva passionalità; accanto a lei quelli che "brillano" meno sono proprio quelli che dovrebbero essere i protagonisti, i due carbonari ingenui e coerenti fino alla fine, anche se questo costa loro una pesante disillusione nei confronti del popolo, mentre Nino Manfredi ( che nel 1970 per questo ruolo vinse il David di Donatello come migliore attore protag
onista)è un grande Cornacchia, popolano non colto ma lucido e intelligente, pronto a cogliere le sfumature della vicenda e che nasconde un importante segreto: è lui Pasquino, la voce del popolo che lascia messaggi provocatori sull'omonima statua. Il film non sempre è lineare e talvolta sembra che la si tiri un po' troppo in lungo, senza spiegazioni : ma a mio avviso il fascino della storia, la bravura degli attori e la stupenda fotografia che ci rimanda a una Roma ottocentesca notturna e sicuramente di grande fascino e splendore- il tutto con sottofondo la stupenda colonna sonora di Armando Trovajoli- fanno passare questi difetti in secondo piano.
Regia di Richard Lester, con Nancy Allen (Pam),Theresa Saldana (Grace),Wendy Jo Speber(Rosie),Bobby Di Cicco (Tony),Marc McLure (Larry),Susan Kendall Newman (Janis), Eddie Dezen (Richard. Febbraio 1964: Rosie, Grace e Pam sono tre amiche del New Jersey che, come molti giovani della loro età, vivono giorni di grande entusiasmo: a New York sono infatti arrivati per la prima volta i Beatles, che stanno per esibirsi in diretta tv all' "Ed Sullivan Show". Le tre ragazze decidono di partire, assieme ad altri due amici, alla volta di New York per realizzare il loro sogno: vedere dal vivo i loro beniamini. Arrivate a destinazione scoprono che l'impresa non sarà affatto facile, visto che da tutti gli Usa sono arrivati ragazzi con il loro stesso obiettivo; ma chi la dura la vince, aiutato da un pizzico di fortuna.... Nel 1993, mentre ero ancora in piena scoperta Beatlesiana (avevo scoperto i Fab da un annetto circa) Rai 3 mi venne inaspettatamente incontro trasmettendo questa graziosa commedia sul tema di mio primario interesse. Richard Lester è lo stesso regista che diresse i primi due film dei Beatles: "A hard day's night" (1064) e "Help!"(1965); una persona che quindi ha toccato con mano cosa fosse la Beatle mania e ha conosciuto e lavorato per davvero con i Fab Four. Il più qualificato quindi per raccontare dopo anni un'epoca storica e culturale irripetibile e un fenomeno sociale e di costume ancora oggi rimasto unico. A mio avviso, ci riesce ottimamente, realizzando un film simpatico e molto divertente, in grado di interessare anche i ragazzi di ieri (cioè quelli come me che lo videro da adolescenti nei primi anni '90) e anche i ragazzi di oggi: in fondo il fenomeno del "fanatismo" per i cantanti non è mai scomparso. I protagonisti sono ragazzi e ragazze di diverso tipo: c'è la ragazza che dopo il diploma ha già in programma il matrimonio, quella che prende il viaggio come un'occasione per uscire dal paese ed essere indipendente per la prima volta, quella che vuole diventare fotografa e per cui delel foto con i Beatles rappresenterebbero un ottimo scoop. ci sono anche tre ragazzi (uno di loro ha accettato di accompagnare le ragazze solo per fare colpo, un'altro si chiama Richard come Ringo Starr) e pure un bambino, che per la sua pettinatura viene spesso rimproverato dal severo padre. Un gruppetto eterogeneo che darà vita ad una serie di avventure tutte volte a un solo obiettivo: incontrare anche solo per qualche minuto i loro idoli. con risultati tragicomici e divertentissimi, anche se il lieto fine è assicurato e assolutamente a sorpresa. Una commedia gradevole e senza troppe pretese, dove non ci sono personaggi che brillano particolarmente ma dove ognuno di loro ha il giusto spazio. Colonna sonora ovviamente beatlesiana; in generale un ottima rappresentazione della Beatlemania.
Regia di Luciano Salce, con Paolo Villaggio (Rag. Ugo Fantozzi), Liù Bosisio (Pina Fantozzi), Anna Mazzamauro (Sig.na Silvani), Gigi Reder (Rag.Filini),Plinio Fernando (Mariangela Fantozzi),Giuseppe Anatelli (Geom.Carboni),Paolo Paoloni (Mega Direttore Galattico). Ugo Fantozzi, ragioniere impiegato presso una multinazionale, è sposato con la scialba ma affettuosa signora Pina e padre dell'orrida figlia Mariangela; al lavoro è abitudine subire vessazioni da parte di capi e colleghi, anche se ci sono l'amicizia con lo strampalato rag. Filini e la signorina Silvani, di cui Fantozzi è inutilmente invaghito.... Compie 40 anni il ragioniere più amato d'Italia,e per l'occasione torna al cinema in versione restaurata con i primi due capitoli della serie di film più fortunata del cinema italiano. A ragione, si può dire che ormai Fantozzi è diventato una parte di noi: le sue espressioni, i suoi modi di dire, molti skecth che compaiono nel film sono ormai diventati parte dell'inconscio collettivo e del linguaggio comune degli italiani. Qualche esempio? La "craniata pazzesca", o l'urlo liberatorio "la corazzata Potemkin è una ca...ta pazzesca", o gli sfottò alla scimmiesca Mariangela, l'indistruttibile Bianchina.....per non parlare dell'aggettivo "fantozziano":" "Di atteggiamento e mentalità pavidi e servili, attribuiti a un deprimente tipo di impiegato medio, alienato e perseguitato dalla sfortuna || Di situazione caratterizzata da eventi grottescamente sfortunati || Goffo, grottesco"
e ancora,la declinazione dei verbi in "venghi", "Vadi", "si muovi!"...Ce ne sarebbero di modi di dire e scene da citare di questo personaggio, nato come maschera che denuncia la mediocrità degli italiani con i loro vizi e virtù e diventato col tempo uno dei personaggi più amati e che tutti vediamo con affetto: perchè in fondo, capiamo che Fantozzi è un buono ed questa al giorno d'oggi è un'intollerabile colpa (la citazione non è mia, ma di Paolo villaggio). Fantozzi, in fondo, è una maschera tragica: il piccolo italiano medio schiacciato da una vita che aborre, apatico, servile, disincantato, che forse ha ancora qualche piccola speranza o sogno ma inevitabilmente si deve rassegnare, anche se covando risentimento e invidia. Anche quando ha degli slanci di ribellione, viene facilmente ricondotto "dentro le righe". Fantozzi, insomma, è davvero "uno di noi" per quanto questo poco possa piacere e per quanto ridendo delle sue tragicomiche avventure si tenda a dimenticarlo; ma lo stile ironico e pungente del regista è sempre lì a ricordarcelo, nelle varie scenette che si susseguono senza una vera e propria soluzione finale, perchè per Fantozzi in realtà non cambia molto. E nemmeno per gli altri: Fantozzi è quel che è, ma guardando bene anche gli altri personaggi non sono da meno: meschini, ipocriti, sostanzialmente infelici e pieni di velleità impossibilin da realizzare, vengono in fondo descritti con simpatia e tenerezza, proprio per la loro umanità.
Per ovvi motivi Paolo Villaggio fa un po' da mattatore nel film, ma di certo non sono da meno gli altri attori, che hanno saputo fargli da spalla imprimendo i loro personaggi nella mente del pubblico: Anna Mazzamauro scelta dal regista perchè "doveva essere più brutta della moglie", il comico gigi Reder nei panni dello stralunato Filini, entusiasta ed infaticabile organizzatore di eventi aziendali, Giuseppe Anatelli nei panni del "figo" dell'azienda, il cattivo Carboni, rivale in amore di Fantozzi, la doppiatrice Liù Bosisio nei panni di una scialbissima signora Pina (verrà poi sostituita, con successo, da Milena Vukotic) e sopratutto Plinio Fernando nel ruolo della scimmiesca figlia Mariangela, figura ancora più tragica del padre: personalmente mi sono messa a piangere quando alla consegna dei regali ai figli dei dipendenti dell'azienda, tutti la sfottono chiamandola "Cita"!Per me è una delle scene più crudeli mai viste al cinema; e all'uscita il padre (che condivide il giudizio sulla figlia) che le spiega che l'hanno chiamata così perchè c'era una famosa e bellissima diva di nome "Cita Hayworth"....
In questo film la mia scena preferita rimane quella inziale, quella del "prendo l'autobus al volo", ma anche la cena al ristorante pechinese con la Silvani non scherza... Concludo dicendo che qualche tempo fa lessi su un giornale un articolo intitolato "La rivincita di Fantozzi", in cui si diceva che dopo 40 anni la prospettiva è notevolmente ribaltata: Fantozzi, con il suo lavoro fisso che gli ha permesso di prendere casa, farsi un famiglia, avere un'auto e mantenersi dingitosamente, rappresenta il sogno proibito di moltissimi precari di oggi...come dargli torto? Credo che il nostro ragioniere abbia ancora qualcosa da dire....
P.S: tra l'altro, mi sa che la vera responsabile dell'incidente in cui è rimasta distrutta la 600 penso proprio fosse la nuvoletta di Fantozzi, visto che è successo all'uscita del cinema con un temporalone di quelli da urlo....sdrammatizziamo un po', dai!
Regia di Giuseppe Tornatore, con Philippe Noiret (Alfredo), Salvatore Cascio (Totò bambino), Marco Leonardi (Totò giovane), Jacques Perrin (Totò adulto), Agnese Nano (Elena giovane) Pupella Maggio (mamma di Totò anziana),Antonella Attili (mamma di Totò giovane),Leo Gullotta (Ignazio),Leopoldo Trieste (padre Adelfo). Fine anni ’80: Salvatore Di Vita, famoso regista, torna al paese natale Giancaldo, in Sicilia, per partecipare ai funerali di Alfredo, il vecchio proiezionista del cinema di paese che ha avuto un ruolo importante nella sua vita. Ripercorre così la sua vita, partendo dall’infanzia: il piccolo Totò ha una vera e propria passione sfrenata per il cinema, ma per la madre Maria, rimasta vedova con due figli piccoli, mantenere una famiglia negli anni del secondo dopoguerra è una grande fatica e i soldi per il cinema sono un lusso. Così Alfredo, il proiezionista si offre di prendere con sé il bambino durante le ore di lavoro, permettendogli di vedere tutte le pellicole che vuole e insegnandogli il mestiere… Compie 25 anni (vabbè, in realtà li ha compiuti l'anno scorso) uno dei miei film preferiti, e uno dei più bei film italiani di tutti i tempi, oltre che il migliore omaggio alla settima arte. Scusate la sviolinata ma davanti a questo film non posso assolutamente essere imparziale: il piccolo Totò che pianta i capricci per andare al cinema e colleziona pezzi di fotogrammi tagliati sono io da piccola (solo che io non ebbi la fortuna di conoscere un qualche Alfredo), Totò adulto che entra nel vecchio cinema ormai in disarmo sono io da adulta (l'ho fatto davvero, con uno dei miei cinema preferiti qui a Brescia ormai chiuso da anni), e tutto l'amore per il cinema di cui è permeata la pellicola sono sempre io in tutti questi 35 anni, dato che ho cominciato ad appassionarmi al cinema da piccolissima. Se esistesse il film perfetto, penso proprio che "Nuovo cinema Paradiso" potrebbe essere questo film senza sforzo.
Si ride e ci si commuove vedendo sullo schermo del vicende di un piccolo cinema di paese che diventa il crocevia di un mondo intero: amori, ossessioni, cambiamenti di mentalità e costumi col passare degli anni, incontri, amicizie, nascite, matrimoni....la storia di un'Italia più povera ma anche più ottimista e sognatrice, che sapeva divertirsi con poco ed entusiasmarsi per le storie raccontate sul grande schermo, sia che fossero i capolavori del cinema neorealista che i film western o comici; riporta fedelmente il ritratto di un'epoca dove il cinema era un evento, un rito collettivo che coinvolgeva anche fisicamente lo spettatore (le sonore risate del pubblico, gli applausi e il tifo per il buono di turno, i commenti ad alta voce, persino- in una scena- una mamma che allatta i figlioletto), tutte cose oggi scomparse, uccise da troppa modernità, troppa tecnologia...da troppe cose che non sto qui a dire, altrimenti perdo di vista tutto il resto. un'epoca in cui il cinema era un'esperienza collettiva, un'occasione di ritrovo, di svago, di conoscere un po' il mondo al di fuori del paesino; per Totò diventa addirittura l'occasione per imparare un mestiere che sarà la base dell sua futura carriera. Il piccolo totò è il simbolo di tutto ciò, mentre Totò adulto è il simbolo della disillusione dolorosa non solo del personaggio (che ha avuto la carriera che desiderava ma ha anche una vita privata arida e vuota, tanto che lui stesso cnsidera ancora l'epoca dell'infanzia come la migliore della sua vita) ma anche qui- del Paese, che sta lentamente precipitando verso degrado e crisi. L'abbattimento del cinema Paradiso per farne un supermercato e le varie reazioni di coloro che vi assistono (il dolore di Totò, di Elena, di Spaccafico e dei "vecchi" contro l'indifferenza e il divertimento dei più giovani, che non hanno vissuto l'epoca del cinema) è, in questo senso, il vero finale del film, la scena che più simboleggia il passare del tempo.
Lo spunto per mettere in scena tutto ciò è l'amicizia (forse, più un rapporto padre-figlio) tra il proiezionista Alfredo e il piccolo Totò, che diventerà suo compagno apprendendo i trucchi del mestiere, che gli salverà la vita e ne raccoglierà l'eredità come proiezionista; accanto a questi due straordinari personaggi, altri personaggi tutti straordinari nel loro piccolo: Maria, la mamma di Totò, interpretata da anziana da una straordinaria e bellissima Pupella Maggio al suo ultimo ruolo (protagonista tra l'altro di un lungo e toccante monologo verso la fine che io ho fatto in tempo a vedere nella versione tv, ma che in DVD hanno tagliato, mannaggia!), Spaccafico il napoletano ("quello del nord" lo chiamano in paese) che vincendo alla Sisal acquisterà il cinema distrutto ridonandogli nuova vita, Ignazio il matto del paese (Leo Gullotta); il parroco Don Adelfo, sempre preoccupato della morale, tanto irreprensibile quando si tratta di censurare i baci tanto umano per il resto; Elena, l'amore perduto e mai dimenticato; Peppino, l'amichetto di Totò che il padre comunista sogna di vedere carabiniere, la cui famiglia se ne andrà in Germania per sfuggire alla miseria; lo spettatore di film melodrammatici che conosce a memoria "Catene"....il solito micrcosmo di paese presente in gran parte di cinema e letteratura, qui reso unico e forse un poco edulcorato. E poi loro, i due protagonisti interpreti dagli anch'essi ottimi Philippe Noiret e Salvatore Cascio,che per qualche tempo divenne il bambino più famoso in Italia, anche se la sua carriera proseguì dopo per solo un paio di film.
La colonna sonora (per me una delle migliori in assoluto della storia del cinema) è uno dei capolavori di Ennio Morricone, che qui dà il meglio di sè realizzando temi che sottolineano in modo talmente intenso le scene da commuovere solo a sentirli: io per esempio, non so trattenere le lacrime nella scena in cui Totò, tornato per il funerale di Alfredo dopo tanti anni, viene accolto in una cameretta dove la madre ha raccolto i ricordi del cinema Paradiso, i suoi ricordi più cari. Ma non riesco a trattenermi nemmeno nella scena finale dei baci, o quando Totò, dopo aver ricevuto la notizia della morte del padre in guerra, passa davanti al manifesto di "Via col vento" e, guardando Clarke Gable (a cui Alfredo gli aveva raccontato che il padre assomigliava) dice "Ciao papà". Ecco, mi sono svelata....e forse ho scritto anche troppo. Basti dire che di questo film mi sono innamorata al primo passaggio televisivo (ero alle medie), e ancora adesso nn lo guardo spesso per non emozionarmi troppo. Probabilmente uno dei film che più ha meritato l'Oscar (vinto nel 1990, come miglior film straniero) nella storia del cinema, oltre agli innumerevoli altri premi assegnatili. Buon compleanno, cinema Paradiso!
Appena tornata dalla vacanze, voglio spezzare un po' il solito tran tran delle recensioni con un post un tantino diverso. Nulla di trascendentale, eh...solo, la mia top ten di film preferiti: - Radiofreccia (1998), di Luciano Ligabue;
- Colazione da Tiffany (1961), di Blake Edwards;
- Vacanze romane ( ), Di William Wilder; - Romanzo criminale (2005), di Michele Placido;
-Mio fratello è figlio unico (2997), di Daniele Lucchetti;
- La febbre del sabato sera (1977), di
- In ginocchio da te (1964), di Ettore Maria Fizzarroti; - Chiedimi se sono felice (2001) di Aldo Giovanni e Giacomo;
- Via col vento (1938), di
-Alice nel paese delle meraviglie (1960), di Walt Disney;
- Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street (2007), di Tim Burton;
- La prima cosa bella (2010), di Paolo Virzì;
Ho sforato? Eh, lo so, d'altronde non sempre riesco a "contenermi" (ho lasciato fuori comunque un sacco di film)...