venerdì 13 aprile 2018

L'oro di Scampia, 2014

 Regia di Marco Montecorvo, con Beppe Fiorello (Enzo Capuano), Gianluca Di Gennaro (Tony Capuano),Gaetano Bruno (Nicola), Anna Bellezza (Leda),Domenico Pinelli (Felice), Anna Foglietta (Teresa Capuano), Christian Palati (Lello).


A Scampia, Enzo Capuano gestisce una piccola palestra dove, assieme all'amico Nicola, insegna judo ad alcuni ragazzi del quartiere: l'obiettivo è quello di tenerli il più possibile lontano dal mondo della criminalità, realtà purtroppo troppo radicata in quel quartiere. Proprio per questo verrà preso di mira dai boss che non gliela faranno passare liscia...




Il film è ispirato alla storia vera di  Pino Maddaloni, campione olimpico di judo alle Olimpiadi di Sidney nel 2000, raccontata nel libro "La mia vita sportiva" di Gianni Maddaloni, padre di Pino.
e rientra nel filone dei film con sfondo sociale, in particolare racconta una storia di redenzione e speranza attraverso lo sport. Nulla di particolarmente originale, quindi, ma trovo che questo tipo di film sia sempre utile per trasmettere esempi e messaggi positivi sopratutto nei più giovani.
La storia è ambientata nel quartiere napoletano di Scampia, che penso non abbia bisogno di presentazioni per la sua fama (purtroppo) negativa: la camorra spadroneggia, e spesso anche chi in situazione di normalità tenta di non lasciarsi sopraffare e  di vivere normalmente viene comunque coinvolto, visto che i boss non ci pensano due volte ad incendiare attività consdierate fastidiose: tra queste la palestra dove il protagonista Enzo assieme all'anziano amico Nicola organizza corsi di judo per bambini e ragazzi, con l'obiettivo di tenerli lontano dalla camorra, insegnare loro le regole dello sport che poi possono applicare anche nella vita, e magari dare loro una prospettiva per un futuro diverso. Enzo vive assieme alla moglie Teresa e ai figli, è l'unico che ha un lavoro, la famiglia dipende da lui; le pressioni sono tante ma tutto sommato la sua vita è serena, consapevole sopratutto di dare il buon esempio ai propri figli, il maggiore dei quali frequenta la palestra del padre. Tutto troppo pericolo ìso per la malavita locale, che ha paura di trovarsi sprovvista della "carne da cannone" sui cui solitamente fa leva, causa l'alto abbandono della scuola e la disoccupazione. Ed ecco che incendiano la palestra, causando la morte di Nicola, ecco che tirano dalla loro parte il giovane Sasà, ecco che cercano di impedire l'ingresso di Leda, una ragazzina costretta a prostituirsi e che viene salvata un poliziotto che la indirizza alla palestra;  per Enzo, rimasto solo dopo la morte di Nicola, è veramente dura. Ma essendo un personaggio altamente positivo e con valori "validi" (come lo sono spesso quelli interpretati da Beppe Fiorello) il lieto fine non manca, dopo un allontanamento con il figlio che poi però gli darà grandi soddisfazioni.
Come sempre Beppe Fiorello molto bravo, bravi e simpatici anche i giovanissimi, in una storia di buoni sentimenti ma a mio avviso non banale proprio perchè vera, raccontata con un buon ritmo narrativo coinvolgente.




martedì 10 aprile 2018

Assassini nati (Natural born killers), 1994



Regia di Oliver Stone, con Juliette Lewis (Mallory Knox), Woody Harrelson (Mickey Knox), Tommy Lee Jones (Dwight McClusky), Robert Downey jr (Wyne Gale ), Tom Sizemore (Jack Scagnetti).



Mickey e Mallory Knox sono una coppia di efferrati serial killer, che in poche settimane ha lasciato dietro di sè una cinquantina di vittime innocenti, uccise in orrendi massacri. Chiaramente sono i ricercati numero uno dalla polizia USA, ma ricercatissimi anche dai giornalisti, che mettendoli sotto i riflettori li hanno praticamente fatti diventare dei divi per molta gente, nonostante i loro orrendi delitti.
Quando vengono finalmente catturati, processati e condannati alla galera, vengono separati e cos rimangono per oltre un anno, fino a quando Wayne Gale, uno dei giornalisti che più ha seguito le vicende dei due coniugi contribuendo non poco a mitizzarli, ottiene il permesso di intervistare Mickey poco prima che venga lobotomizzato....


Quando uscì questo film avevo 14 anni e ricordo perfettamente il mare di polemiche che scaturirono a ogni livello, a tal punto che mi sembra che in Italia ci fu il divieto ai minori di 18 anni. Non erano ovviamente del tutto campate per aria, vista la violenza estrema e gratuita presente nel film, d'altra parte chi realizzava la pellicola era Oliver Stone su soggetto di Quentin Tarantino, quindi inutile aspettarsi qualcosa di diverso.
Il film l'ho poi visto da adulta, qualche anno fa, e l'ho trovato molto buono anche se certamente non rientrerà nei miei preferiti.
Ma andiamo con ordine: è certamente una storia di estrema violenza, ma a più livelli: proseguendo con la storia capiamo che Mickey e Mallory per quanto siano solo due odiosi psicopatici con la fortuna di vivere in uno Stato USA in cui non vige la pena di morte, non sono certo i peggiori della storia. Per prima cosa essi stessi vengono da un'infanzia e adolescenza piena di abusi e violenze, sopratutto lei che fin da bambina veniva picchiata e stuprata dal padre con la madre che, succube del marito, non riusciva a reagire nonostante vedesse cosa succedeva; lui invece da bambino ha assistito al suicidio del padre e ha avuto la sua dose di violenze, che fino ad un certo punto ha sfogato lavorando in una macelleria. Chiaro che due soggetti così quando si incontrano e uniscono fanno una strage, uccidendo chiunque non vada loro a genio per i più svariati motivi, che nemmeno ci vengono presentati visto che le vittime (a parte i genitori di Mallory) rimangono totalmente sullo sfondo e sembrano non contare di fronte a quelli che la stampa, rincorrendo le loro vicende, ha praticamente trasformato in due star con tanto di fans. Fenomeno non nuovo e che purtroppo conosciamo bene anche in Italia avendolo visto in tempi recenti per casi come il delitto di Avetrana o di Perugia, e in passato per gente come Vallanzasca o Pietro Maso che ricevevano addirittura lettere d'amore in galera da parte delle loro fans.
Alla fine la violenza dei media risulta quella più rilevante, a cui nemmeno la legge (in nome della libertà di espressione e di informazione) può mettere un freno: tutto ciò è ben rappresentato da Wayne Gale, giornalista fallito ma totalmente senza scrupoli disposto, per tornare in auge, a recarsi in galera a intervistare la diabolica coppia; il che darà il via a un ulteriore massacro, pianificato dai due per fuggire. Wayne finirà per seguirli in tutto questo, facendosi ammaliare dalla personalità di Mickey e dal "sogno" di realizzare il più grande scoop del mondo, dimostrando allo spettatore la giustezza dell tesi di fondo, ovvero che non è poi così tanto diverso dai due assassini. 

E' una storia certamente forte e sgradevole, che però non manca anche di mostrare una certa dose di romanticismo: è fuori da ogni dubbio infatti che Mickey e Mallory sono due anime gemelle legate da vero amore, per quanto odiosi riguardo a tutto il resto. La scena del matrimonio sul ponte a mio avviso è molto bella, e credo sia per questo che vengono spesso citati come "coppia romantica", nonostante tutto.
Lo zampino della sceneggiatura di Quentin Tarantin si vede in molte sequenze splatter e nell'umorismo nero che caratterizza gran parte del film:  per il resto è un film che comprende in sè molti generi ed è quindi difficile da definire del tutto, sopratutto credo anche io che ci voglia una certa maturità per leggerlo nella giusta chiave di lettura.
Tra gli attori ho trovato migliore di tutti Juliette Lewis, con il suo fisico minuto e il viso dolce in aperto contrasto con la crudeltà e la voglia di sangue del suo personaggio: ottimo anche Robert Downey jr nei panni del giornalista senza scrupoli che, accecato dalla voglia di celebrità, verrà travolto da tutto ciò; ottimi anche gli altri attori e colonna sonora  interessante.
Forse è proprio grazie a questi elementi che on mi è dspiaciuto del tutto questo film particolare  e che offre senza dubbio più chiavi di interpretazione.



sabato 7 aprile 2018

Devilman crybaby, 2018







Regia di Maasaky Yuasa, con le voci italiane di: Jacopo Calatroni (Akira Fudo),Dario Sansalone (Ryo Asuka), Ludovica De Caro (Miki Makimura), Marina Thovez (Silene), Beatrice Caggiula (Miko).



Akira Fudo è un ragazzo timido e sensibile che vive con la famiglia Makimura dato che i genitori, due medici, per lavoro girano il mondo. Akira è molto amico di Rio, un ricco e misterioso ragazzo che studia in USA e che un giorno, tornato in Giappone, informa il vecchio amico che una nuova razza di demoni ha invaso la terra con l'obiettivo di stabilirvi il proprio dominio. Credendo che l'unico modo di sconfiggerli sia incorporare i loro poteri, Ryo convince Akira a lasciarsi possedere da Amon, il più potente fra loro: il ragazzo si trasforma così in Devilman, creatura demoniaca ma con cuore umano...


A quasi 50 anni dal fumetto originale, Netflix ha realizzato questa serie di grande successo dedicata al famoso fumetto di Go Nagai di cui ho già parlato nella recensione del famoso cartone arrivato da noi negli anni '80.
A detta di tutti gli esperti di fumetti e animazione, una serie meravigliosa sotto ogni punto di vista, un vero e proprio capolavoro.
Partendo dal fatto che il manga lo conosco poco e non sono affatto un' epserta ma una semplice spettatrice....la mia opinione non è proprio così positiva, anzi.
Certamente è positivo il fatto che abbiano deciso finalmente di fare una serie fedele al manga, visto che il cartone animato non lo era molto, ma a mio avviso potevano pure farla meglio già che c'erano. 

E non discuto della storia, molto bella, ma proprio della parte tecnica; innanzitutto i disegni: sarà che non sono un'intenditrice e nemmeno un appassionata di manga, ma cosa volete che vi dica....questi disegni moderni per me sono bruttissimi! I personaggi troppo minimali e spesso sproporzionati, i demoni talmente ridicoli che alcuni mi hanno ricordato i disegni dei miei bambini all'asilo, colori sbiaditi, espressioni ridicole anche quando vorrebbero essere sofferenti o tragiche; ma per favore!
L'animazione a mio avviso è la vera nota dolente, ma non l'unica: ho trovato fastidioso anche il ritmo con cui vengono narrati i fatti, per alcuni episodi tutto piuttosto lento, poi negli ultimi tutto velocissimo, tralasciando alcuni personaggi più interessanti di altri e sopratutto il rapporto tra Akira e Miki, trattato in modo molto superficiale.
Non ho apprezzato nemmeno la colonna sonora ma non ho trovato che fosse un difetto, la versione della storia è modernizzata rispetto a quella del manga quindi ci sta che si sia dato spazio al rap giapponese (purtroppo per le mie orecchie).
Ultima cosa: ridicolo il fatto che nessuno si accorga della trasformazione di Akira quando praticamente è totalmente diverso da prima (e chi ha visto la serie sa a cosa mi riferisco). 
Alla fine non è nemmeno tutto 'sto orrore, ma sicuramente poteva essere fatto meglio, magari sviluppando la trama meno frettolosamente con qualche puntata in più...e sopratutto...i disegni.
A conti fatti di tutte le versioni che ho visto quella che ho preferito è sicuramente un cartone degli anni '90 o primi 2000, quella sì fedele alla trama ma anche bella da vedere ed emozionante.

mercoledì 4 aprile 2018

Tonya (I,Tonya), 2018


Regia di Craig Gillespie , con Margot Robbie (Tonya Harding), Allison Jenney (Lavona), Sebastian Stan (Jeff Gilloy), Paul Walter Hauser (Shawn), McKenna Grace (Tonya bambina).



Fin da bambina Tonya Harding è stata costretta  a dedicare la sua intera vita al pattinaggio artistico, con grandi sacrifici nonostante la passione e il talento per questo sport; la madre Lavona attraverso violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo l'ha praticamente isolata dal resto del mondo, impedendole di farsi degli amici, di vivere una vita normale e costringendola a dedicarsi esclusivamente al sogno di diventare campionessa.
Da questo punto di vista le cose funzionano, visto che a 21 anni sarà la prima donna a eseguire un triplo      e diventerà la più importante campionessa americana; ma dal punto di vista personale sarà devastante, visto che la povera Tonya pur di mendicare un po' di affetto finirà per sopportare non solo le violenze della madre ma anche quelle del marito Jeff....





Sono sempre rimasta affascinata dal mondo del pattinaggio artistico, sport che mi sarebbe piaciuto provare a praticare anche se non lo seguo tantissimo; quindi quando ho sentito dell'uscita di questo film ho desiderato subito vederlo anche se personalmente non conoscevo nè Tonya Harding nè la sua storia, certamente particolare.
Tonya Harding infatti divenne famosa nel   per essere stata la prima atleta americana a eseguire un triplo axel (passaggio molto importante e difficile del pattinaggio), ma meno di due anni dopo la sua carriera fu stroncata dalla condanna per aver aggredito spezzandole le gambe Nancy Kerrigan, una pattinatrice sua rivale, il tutto con la complicità dell'allora marito Jeff e del suo amico Shawn.
Il film rientra nel genere "commedia nera", in quanto l storia è indubbiamente drammatica ma viene narrata in modo ironico, utilizzando le opinioni dei diversi personaggi coinvolti in interviste semi vere (realizzate cioè con gli attori nei loro ruoli, ma identiche a interviste fatte ai veri personaggi, mostrati alla fine del film): non emerge una verità unica riguardo alla storia dell'aggressione, perchè ognuno esprime solo il proprio punto di vista  della storia che sta raccontando. 

Vero è che però Tonya, seppure non ne esca benissimo (non si capisce se sia innocente o meno riguardo all'aggressione, per molte cose non riesce ad assumersi le proprie responsabilità ripetendo per qualsiasi cosa "non è stata colpa mia"), è un personaggio che mi ha toccato profondamente: fin da bambina è vittima della madre LaVona che applica su di lei un metodo educativo molto particolare, volto a tirare fuori le sue capacità : insultarla continuamente dandole dell'incapace e peggio, maltrattarla anche fisicamente e isolandola dal resto della comunità (a Tonya viene insegnato che le altre bambine sono sue nemiche). Tonya ha un buon rapporto con il padre, ma dopo il divorzio dei genitori è costretta a rimanere con la madre, con conseguenze ovvie: diventerà una giovane donna fiduciosa delle proprie capacità artistiche ma fragilissima per il resto, talmente bisognosa di essere amata da cadere tra le braccia del primo che passa, da sopportare le sue botte pensando di meritarle (perchè "anche mamma mi picchia ma mi vuole bene, no?") e non riuscendo a staccarsene del tutto. La sua solitudine nel film è palpabile ad ogni scena, quella culminante è quando si trucca prima della gara e deve trattenere le lacrime....per non parlare del fatto che, nonostante la sua potenza fisica, nello sport Tonya subisce continue discriminazioni dai giudici di gara per il fatto di essere di fisico tracagnotto, di origine contadina, di non avere alle spalle una bella famiglia perfetta tipicamente americana e di non avere nessun senso del gusto o dell'eleganza (Tonya si cuce da sola orribili costumi trash). Insomma non ho potuto non amarla: si impegna al massimo, convinta che ce la farà, ma trova solo muri attorno a sè. 
Tonya è ottimamente interpretata da Margot Robbie, candidata all'Oscar come migliore attrice protagonista per questo ruolo, molto brava nel mettere la sua fisicità al servizio del personaggio e delle sue emozioni, anche se non ho potuto non notare che in alcune scene viene ricercato "l'effetto Harley Quinn" (personaggio che la Robbie ha interpretato nel film "Suicide squad") che con questa storia non c'entra proprio nulla; strepitosa Allison Jenney ( che per questo ruolo ha vinto l'Oscar come migliore attrice non protagonista) nel ruolo dell'odiosa LaVona (l' ho proprio odiata credetemi!), la madre che nessun vorrebbe mai avere e che tuttavia ci regala anche irripetibili battute ironiche; bravi anche i due interpreti maschili, due falliti psicotici di prima categoria che trascinano alla rovina l'ingenua Tonya (almeno è l'idea che mi sono fatta della questione). Menzione speciale anche per McKenna Grace, che interpreta Tonya bambina, molto brava a rendere la personalità del pesonaggio già da piccola.Ottima anche la colonna sonora anni '80, che accompagna molto bene sia le scene sportive che quelle non sportive.
Un film molto bello in cui la parte sportiva ha la sua importanza senza risultare noiosa o pesante (come succede a volte per i film in cui si parla di sport), ma anche molto duro, che vale davvero la pena di vedere.





domenica 1 aprile 2018

Maria Maddalena (Mary Magdalene), 2018



Regia di Garth Davis, con Rooney Mara (Maria Maddalena), Joaquin Phoenix (Gesù), Chiwetel Ejofor (Pietro),Tahar Rahim (Giuda),


Maria è una giovane molto religiosa che vive con la numerosa famiglia; il padre e i fratelli hanno combinato per lei un matrimonio che però ella rifiuta, per desiderio di consacrare la sua vita a Dio. La sua decisione non viene accettata dai familiari che la considerano pazza e la sottopongono addirittura ad esorcismo; dopo questo episodio Maria decide di lasciare la famiglia per seguire Gesù di Nazareth, un profeta che parla di un mondo nuovo senza violenza e basato su principi di uguaglianza per tutti....





Come precisato anche alla fine del film, Maria di Magdala viene spesso confusa con la Maddalena, la prostituta difesa e perdonata da Gesù. Sono invece due personaggi nettamente differenti, e questo fil contribuisce anche a fare chiarezza riguardo a questo punto. Ma chi pensasse a un polpettone religioso come si usava molti anni fa sbaglia.
E' un bel film  che "indaga" sulla storia di una figura di donna molto importante nel Vangelo, dato che Maria Maddalena assieme alla Madonna fu la donna presente sotto la croce di Gesù ad accompagnarne l'agonia, ma sopratutto fu la prima testimone della sua Resurrezione tre giorni dopo.
E' una storia chiaramente proto femminista ma non incredibile: Maria non ha particolari desideri di indipendenza o altro, se non per il fatto che vuole essere libera di seguire la propria vocazione. La scena in cui viene per questo sottoposta a esorcismo è, a mio avviso, intrisa di violenza e impressionante, ma necessaria per spiegare il percorso interiore che porterà Maria a prendere la definitiva decisione di staccarsi dalla famiglia dopo aver conosciuto Gesù, che sembra l'unico a capirla fino in fondo riguardo al suo "sentire" il Signore. Anche per questo compie un gesto rivoluzionario per l'epoca, visto che accoglie Maria tra i suoi discepoli, unica donna: decisione che porterà, almeno inizialmente, alcune discordie e discussioni da parte degli altri,che vedono nella donna un possibile elemento di discordia, distrazione e chissà che altro. 

Maria sarà cosi costretta a dimostrare il proprio valore, e lo farà decidendo di aderire al messaggio di Gesù con una sua persona interpretazione: cioè diffondere nel mondo atti d'amore veri, verso gli ultimi, anche verso chi viene considerato più inutile perfino da alcuni apostoli (come la scena nel campo dei lebbrosi).
Tra Maria e Gesù c'è amore, ma non come viene comunemente inteso:  un amore più altro e spirituale, in grado di trasfigurarsi realmente nell'amore di Dio. 
Ottima interpretazione, a mio avviso, di entrambi i protagonisti: Rooney Mara sfrutta la sua bellezza per dare a Maria, ai suoi sentimenti ed emozioni un volto fisico, e Joaquin Phoenix nel ruolo di un Gesù umano e divino allo stesso tempo, senza contraddizioni e facendo apparire il tutto come perfetta,ente naturale in quel contesto e riguardo a quel personaggio.
Accanto a loro comprimari efficaci e ben resi psicologicamente; il ritmo del film è scorrevole ma allo stesso tempo non frettoloso, in grado di dare spazio anche ai momenti di riflessione che ovviamente non mancano.











lunedì 26 marzo 2018

La mossa del cavallo, 2018



Regia di Gianluca Maria Tavarelli, con Michele Riondino (Giovanni Bovara), Antonio Randolfo (Padre Carnazza),Ester Pantano (Trisina Cicero), Angelo Libri (La Mantia), Maurizio Puglisi (Don Cocò).


Montelusa, 1877: Giovanni Bovara, nato da genitori di origine siciliana ma sempre vissuto al Nord, arriva a Montelusa come ispettore capo dei mulini con il compito di individuare gli evasori della tassa sul macinato. Scopre subito uan realtà di intrallazzi a cui non è abituato e che più cerca di dipanare, più diventa fitta, sopratutto dopo che assiste all'omicidio di Padre Carnazza, un prete corrotto e donnaiolo....



Tratto dal romanzo omonimo (1999) di Andrea Camilleri, è il primo film dedicato alla serie di  romanzi ambientati a Vigata in varie epoche storiche, ma non appartenenti al filone del Commissario Montalbano (E infatti il sottitolo del film è "C'era una volta Vigata"). E difatti nel filmato andato in onda prima del film, lo stesso Camilleri dichiara di essere un po' emozionato per questa cosa e sperava che il pubblico lo gradisse.
Credo che possa stare tranquillo:  pare che il pubblico abbia premiato il film in termini di ascolto, mostrando di gradire questa novità fuori dal contesto di Montalbano, che del resto chi legge i suoi libri sa benissimo essere altrettanto forte per questo autore.
Certo i rimandi a personaggi e ambientazioni più famose non mancano: a partire dall'ambientazione nella Vigata del 1800 (comunque la stessa del romanzo) al personaggio del protagonista, che in taluni passaggi davvero sembrava un antenato del celebre commissario, complice anche il fatto che Michele Riondino è l'attore che ha interpretato il Giovane Montalbano. Ma a mio avviso sono cose trascurabili che non inficiano la visione di una storia gradevole anche se vi sono non pochi "punti morti" nella narrazione, momenti che appaiono fastidiosamente lenti e noiosi e rischiano di far venire allo spettatore la tentazione di abbandonare la visione. 

Giovanni Bovara da subito sembra un pesce fuor d'acqua, nonostante le origini siciliane: avendo infatti sempre vissuto al Nord ha interiorizzato il senso dell'ordine, delle regole, del dovere e ne ha fatto un vero e proprio stile di vita; anche per queste sue qualità viene mandato a Vigata, dove trova una situazione in cui ognuno fa quello che gli pare. Il giovane parte con l'idea di portare il suo ordine e il suo modo di fare, ma alla fin fine sarà lui a doversi adeguare, imparando il siciliano come strumento essenziale per capire il modo di agire di certe persone e quindi tirarsi fuori dai guai. Riondino è molto bravo a descrivere il cambiamento interiore prima ed esteriore poi del suo personaggio, ed inevitabilmente poi finisce per fare da mattatore nella vicenda, seppure supportato da personaggi altrettanto validi: il prete corrotto e donnaiolo, la giovane vedova che fa il doppiogioco, i mafiosi disposti a tutto...va bene, anche un po' stereotipati, ma tutto sommato credibili.
Spero che ne facciano ancora di film di questo tipo, dato che molti romanzi di Camilleri di questo filone sono davvero bellissimi.


giovedì 22 marzo 2018

The Breakfast club, 1985


Regia di John Hughes, con Emilio Estevez (Andy Clark),Molly Ringwald (Claire Standish),Ally Sheedy (Allison Reynolds),Anthony Michael Hill (Brian Johnson), Judd Nelson (John Bender),Paul Gleason (il preside Vernon).


A causa di una punizione, cinque studenti di un liceo americano sono costretti ad andare a scuola anche di sabato: sono Andy, aspirante atleta snobbato dalla famiglia che lo preferirebbe intellettuale, Clsire, viziata fashion victim, Allison, ragazza "dark" e solitaria, Riuniti in biblioteca, il preside assegna loro un tema intitolato "Chi sono io?"
Durante le ore che trascorrono insieme forzatamente, nel tentativo di scrivere il tema, i ragazzi legano fra di loro....



E' successo più di una volta: vedo un classico degli anni '80 (ma anche di altri decenni) che ho sempre sentito osannare....e non mi fa nè caldo nè freddo. Carino, ma niente più.
E' successo con "Dirty dancing" (quando ero ancora adolescente, e in tempi più recenti con "Flashdance", "Footloose" e "STayng alive"; è successo ancora una volta con questo "The Breakfast club", di cui ho sempre sentito parlare come un mito assoluto da tantissimi che negli anni '80 erano adolescenti. E non dico che per gli adolescenti dell'epoca non possa esserlo stato, anzi.
Ma sinceramente non mi sono molto appassionata alle vicende narrate in questo film, anche se la premessa era buona: un gruppo di liceali che più diversi non si può costretti a passare assieme un'intera giornata nella biblioteca della scuola come punizione nel loro "giorno libero" (pare che in USA ce l'abbiano anche a scuola). 

Chiedersi "che succederà?" è inevitabile, anche se altrettanto inevitabile immaginarsi già almeno una parte della trama come risposta: ovvio che nasceranno delle amicizie, che scopriremo che tutti sono diversi dalla facciata con cui sono conosciuti, ovvio che tutti loro avranno dei problemi che nessuno sospetterebbe: la ragazza ritenuta frivola perchè maniaca della moda è vittima di due genitori che, combattendo una loro personale battaglia, usano la figlia accontentandone ogni capriccio per tirarla dalla propria parte, il bullo è figli di un padre violento, il secchione è pressato da genitori che pretendono ottimi voti in ogni occasione e addirittura il figlio, quando ha ricevuto un brutto voto, ha tentato il suicidio per paura di deluderli; la ragazza "dark" cerca così di attirare l'attenzione altrui, sentendosi invisibile agli occhi di tutti, in particolare dei familiari che invece la ignorano. Insomma contrariamente a quanto ho sempre sentito dire dai fan del film, di originalità non ce n'è molta, ma probabilmente il merito della storia sta in gran parte in un cast di giovani attori misconosciuti (all'epoca, e alcuni anche oggi visto che non hanno mantenuto le promesse) ma bene amalgamati e diretti in modo da tirare fuori i propri punti di forza, e in un ritmo narrativo scorrevole e nonostante tutto non banale. Anche il finale- non faccio spoiler- non è così scontato, a differenza del resto della pellicola...e ha un suo significato importante che lo rende un po' insolito dal resto delle commedie "giovani" dell'epoca, tutte con obbligato lieto fine. E' un finale realistico, che mostra che il fatto di nn essere per forza lieto second i canoni, non vuole nemmeno dire che deve essere triste.
Tutto sommato gradevole e credo vada bene anche per gli adolescenti di oggi, non lo trovo così datato.