venerdì 11 gennaio 2013

La leggenda del pianista sull'Oceano, 1999

Regia di Giuseppe Tornatore, con Tim Roth (Novecento), Pruitt Taylor Vince (Max Tooney), Harry Ditson (Capitano del Virginia), Melanie Thierry (una passeggera).

 

Novecento è un orfano, allevato da un macchinista che l’ha trovato in fasce nella sala macchine della sua nave, e cresciuto su di essa; fin da piccolo ha sempre dimostrato un notevole talento per il pianoforte, tanto che da adulto diventa il pianista ufficiale della nave.

Passerà la sua vita sul transatlantico, nonostante in molti cerchino di farlo scendere…

 

Tratto dal monologo NOVECENTO di Alessandro Barrico (1994 ), è un ottimo film dal punti di vista tecnico, come tutti quelli di Tornatore, ma sinceramente mi è sembrato talmente curato da risultare un poco privo di anima.

Non tanto per la storia, in sé affascinante, e nemmeno per gli attori, tra i quali giocoforza spicca un ottimo Tim Roth, quanto , forse, perché un po’ troppo manierato, freddo, inquadrato nonostante racconti di una vita indubbiamente fuori dagli schemi.

La vita di Novecento si svolge interamente sul transatlantico dove è nato, dove cresce, dove studia diventando pianista, dove lavora nel corso degli anni; è il suo piccolo mondo dove però ogni tanto fa capolino il desiderio, ma anche la paura, di scendere a conoscere l’ignoto: insomma, una specie di “Barone Rampante” del secolo scorso.

Devo dire che questo tipo di storia solitamente mi angoscia abbastanza , e anche in questo caso non è andata diversamente, forse anche questo mi ha impedito di apprezzare il film.

Naturalmente impeccabile colonna sonora di Ennio Morricone, composta da una trentina di brani e vincitrice nel 2000 di un Golde Globe per la colonna sonora.Curiosamente, nonostante abbia ricevuto vari premi, il film non ha avuto alcuna nomination all’Oscar.
 
 


domenica 6 gennaio 2013

Revolutionary road, 2009



Rgia di Sam Mendes,con Leonardo di Caprio( Frank Weelher),Kate Winslet( April Weehler),Katy Bates(Mrs Givings),Michael Shannon (John Givings).
 
 
 Anni ’50.Frank e April Weeleher sono due giovani e benestanti coniugi che vivono in una bella casa con I due figlioletti e si trovano spesso con amici e vicini. La tipica famiglia da “Happy days”, dunque? Assolutamente no, anzi…i due più passa il tempo sono infelici e insoddisfatti di tutto, e sempre più si sentono alieni nel loro mondo, in cui nemmeno la loro famiglia serve a dare loro uno scopo.Nel tentativo di rivitalizzare la loro vita decidono di trasferirsi a Parigi,convinti che là li attenda una vita splendida e speciale…
 
 
Tratto dall’omonimo romanzo(1961) di Frank Yates,è un film non brutto stilisticamente parlando,ma a livello di “feeling”con lo spettatore,almeno per me:io l’ho trovato davvero angosciante e senza un minimo di speranza, sin dall’inizio.
Ovvero, non ho mai avuto alcun dubbio che April e Frank sarebbero andati incontro a una brutta fine,nemmeno quando erano così entusiasti per il loro progetto di andare a vivere a Parigi.Infatti non basta cambiare posto per ridare vita a un morto, e appare chiaro fin dall’inizio che il loro è un rapporto morto, che si trascina non solo perché conformismo, ma soprattutto perché, nonostante le loro parole, le loro decisioni e ribellioni, i protagonisti non hanno la forza di cambiare.Non è colpa loro se sono fatti così, così come non è colpa loro se tutto sfugge loro di mano. E’ che a volte, è proprio il destino, la vita, le cose che hanno la meglio su di noi.
Leonardo di Caprio e Kate Winslet forniscono ciascuno un’ottima interpretazione (anche se sinceramente non ce la faccio proprio a vedere lui come un adulto quale in effetti è, con quella faccia da eterno bimbo!!!), entrambi interpretano in maniera ora misurata ora esasperata due creature infelici e prigioniere non solo del bigottismo, della moralità ,del falso perbenismo della società americana, ma anche delle proprie vite, delle proprie responsabilità e persino dei propri desideri insoddisfatti e dei loro rimpianti;non riescono, e forse non lo vogliono neppure, a vedere che anche in ciò che li circonda forse c’è qualcosa di bello e interessante, anche in loro stessi, nella loro famiglia…non sono capaci di andare oltre una loro dimensione fantastica, e proprio per questo migliore e perfetta. Non sono speciali, ma crederlo a dispetto di ttute le loro parole li distrugge.A supportarli una scenografia composta, che suggerisce idealmente ciò che si cela dietro a tutta questa perfezione: una prigione da cui è impossibile evadere.




Il petroliere (There will be blood), 2008


 Regia di Paul Thomas Anderson, con Daniel Day Lewis ( Daniel Plainview), Dillon Frasier ( H.W .Plainview bambino), Paul Dano ( Elah),Kevin O’Connor ( Henry).


Daniel Plainview è un cercatore d’oro che alla fine dell’800 trova casualmente del petrolio e da allora comincia la sua scalata al successo: comincia infatti a girare l’America in compagnia del figlio H.W., convincendo al gente a cedergli terreni dove si trova il petrolio e diventando cosi uno dei petrolieri più importanti.
Quando il giovane Paul lo informa che nel terreno di famiglia molto probabilmente c’è del petrolio, Daniel e il figlio si recano presso la famiglia Sunday e Daniel li convince a cedergli il terreno, cominciando a trivellare e a costruire una nuova comunità composta dalle famiglie dei suoi lavoratori, nella quale il fanatico Elah Sunday  fonda una chiesa di cui è a capo. Da subito sorgono contrasti tra lui e Daniel, ma per il nostro petroliere il peggio comincia quando, a causa dell’esplosione di un pozzo, il figlio perde l’udito….


Tratto dal romanzo PETROLIO!( 1927) di Upton Sinclair, è un film duro e spietato, proprio come il suo protagonista, interpretato da un ottimo Daniel Day Lewis, meritato premio Oscar per questo ruolo. Daniel Plainview non è certo un personaggio facile:un uomo temprato dalla fatica, dal sudore, dallo sporco,dal sangue versato per la ricerca dell’agognato petrolio, una persona che conduce affari senza scrupoli, che non ha tempo per i sentimenti…e al tempo stesso, mi pare di aver intuito, un uomo solo, che anche se non lo ammetterà mai, e spesso si comporterà secondo la sua nomea di spietato, ha bisogno di fidarsi, di volere bene a qualcuno.Su questa base secondo me si spiega il rapporto con il figlio H.W: è vero che sfrutta il figlio per dare un’apparenza di rispettabilità che in realtà non ha, ma è anche vero che a modo suo dimostra di volergli bene, non lo rifiuta, lo porta sempre con sé coinvolgendolo nelle sue attività senza gravarlo di pesi esagerati per un bambino.Quando diventa sordo decide a malincuore di mandarlo in un istituto per sordi,e la sua reazione a questa decisione ovviamente può apparire terribile e spietata, ma per lui è stata davvero una decisione sofferta.




Per il resto, un personaggio così totalizzante lascia spazio solo per il rivale Elah, un fanatico dei più viscidi e odiosi mai visti sullo schermo, un falso servitore di Dio che cerca di sfruttare l’ignoranza e la superstizione degli altri né più né meno come Daniel, anche se per fini opposti.
Il terzo protagonista del film è il petrolio, estratto da paesaggi brulli e aspri ( che corrispondono in natura al protagonista) che rendono difficile la vita per chi vi abita. Come detto all’inizio un film duro, che non nasconde lo sporco e la misera non sono materiale ma soprattutto morale dei personaggi.
Il film ha ricevuto 5 nomination agli Oscar( miglior film, regista, sceneggiatura originale, attore protagonista, fotografia), vincendone due per le ultime due categorie nominate.

sabato 5 gennaio 2013

Cime tempestose, 1956

Regia di Mario Landi, con Annamaria Ferrero (Catherine Earnshaw / Caty Linton), Massimo Girotti (Heathcliff), Alberto Bonucci (Hindley Earnshaw), Giancarlo Sbragia (Edgar Linton), Irene Galter (Isabella Linton), Margherita Bagni (Ellen).


 Nell’Inghilterra dei primi ‘800, l’agiato Mr. Earnshaw, vedovo, vive con i figli Hindley e Catherine. Durante un viaggio di lavoro trova uno zingarello abbandonato e lo porta a casa sua, lo chiama Heathcliff e lo cresce insieme ai suoi figli considerandolo un terzo figlio. Divenuti adulti Catherine e Heathcliff si innamorano, ma la loro felicità viene distrutta quando, alla morte di Mr.Earnshaw, diventa capofamiglia il crudele e inetto Hindley, che avendo sempre odiato Heathcliff lo riduce al rango di servitore e lo maltratta in tutti i modi possibili. Per qualche tempo i due giovani continuano la loro storia clandestinamente, ma quando l’ambiziosa Catherine conosce Edgar Linton, un ricco vicino che la corteggia, tutto cambia. Per una serie di equivoci Heatcliff decide di andarsene a cercare fortuna senza dire nulla a nessuno; Hindley ne approfitta per far credere alla sorella che il giovane è morto, e lei dopo una lunga malattia causata dal dolore, rassegnata sposa il gentile Edgar.Ma dopo alcuni anni Heatcliff torna, ricchissimo e deciso a sposare la sua Cathy: quando scopre cosa è successo nel frattempo, decide di vendicarsi e la sua vendetta sarà spietata.


 Tratto dall’omonimo romanzo di Emily Bronte, è uno dei primi sceneggiati della Tv italiana, e si vede: girato con esterni chiaramente finti (si vedono bene gli sfondi dipinti), con i titoli iniziali che scorrono con uno scroll manuale, e soprattutto effetti sonori “artigianali”, su tutti il vento che soffia ululando come nei vecchi film dell’orrore! A vederlo oggi magari fa sorridere, ma bisogna pensare che per l’epoca in cui è stato girato era un prodotto di alta fattura, del resto usavano i mezzi a loro disposizione…
Lo sceneggiato si basa quasi totalmente sull’interpretazione (nettamente di stampo teatrale) degli attori, che puntano molto sull’espressività dei volti e del fisico.
 Massimo Girotti è un Heathcliff sicuramente diverso da quello che chiunque potrebbe immaginarsi durante la lettura del romanzo (come lo era, del resto, Laurence Olivier nella versione cinematografica del 1939); fisico imponente, volto tragico e tormentato che rimane tale anche nei momenti di cattiveria più pura; Annamaria Ferrero è convincete nel doppio ruolo di Catherine, anch’essa maschera tragica e sofferente, e della figlia Cathy, sofferente sì, ma ribelle e imbronciata, segno di un carattere meno arrendevole grazie al quale cambierà il suo destino. Gli altri attori seguono più o meno anch’essi questo copione recitativo.
 Tra gli interpreti riconosciamo la giovanissima futura doppiatrice Ludovica Modugno nel ruolo di Catherine bambina.
 Il tutto permeato da un’atmosfera tipicamente gotica, anche grazie al bianco e nero, che riporta bene lo spirito del romanzo nonostante le numerose modifiche; le parti più crudeli della storia sono state infatti modificate (così come del resto nella maggior parte delle versioni del romanzo), probabilmente considerandole inadatta non solo alla sensibilità del pubblico ma alla fama romantica della storia stessa.


Nota: a causa del fatto che questo sceneggiato è vecchissimo e praticamente introvabile, non sono riuscita a trovare immagini che lo riguardassero. Mi scuso di ciò con tutti i miei lettori.

La porta proibita (Jane Eyre), 1944


Regia di Robert Stevenson, con Joan Fontaine (Jane Eyre), Orson Wells (Rochester), Margaret O’Brien (Adele), Agnes Moorhead (Mrs Reed).

La giovane Jane Eyre, orfana, è cresciuta in casa degli ziii. Alla morte dello zio la crudele zia che non l’ha mai sopportata la manda all’orfanotrofio, dove Jane cresce e riceve l’istruzione necessaria per diventare istitutrice.  Diventata adulta, viene assunta dal nobile Edward Rochester per occuparsi di Adele, una piccola orfana di cui si è fatto carico. Nonostante il fare misterioso del suo datore di lavoro e altrettanto misteriosi rumori che risuonano ogni tanto nella magione di Tornhfield Hall, Jane si trova benissimo, tanto da conquistarsi prima la stima e poi l’amore (ricambiato)del duro Rochester. Ma quello che sembrerebbe un lieto fine è solo l’inizio di un periodo durissimo, in cui vengono a galla rivelazioni sul turbinoso passato di Rochester che mettono alla prova l’amore tra di loro.
 


Tratto dall’omonimo capolavoro di Charlotte Bronte (1847), il film è la versione più classica della storia di Jane Eyre. Nonostante le modifiche e i tagli rispetto al romanzo (soprattutto nella parte finale) consiglio vivamente di vederlo in quanto è la trasposizione cinematografica che più di tutte tiene in grande considerazione l’atmosfera gotica del romanzo, ricreandola secondo alla perfezione (aiutata anche dal bianco e nero della pellicola). Interpreti efficaci,soprattutto Orson Wells in un’insolito ruolo romantico; interessante e convincente anche Joan Fontaine nei panni della protagonista, anche la scelta di questa bella attrice per interpretare Jane evidenzia una scelta comune a molte trasposizione classiche della storia, cioè quella di trascurare l’aspetto fisico di Jane, in realtà bruttina, come se non fosse un elemento rilevante della storia (cosa che invece nel romanzo è). Da segnalare, nei panni della governante, una giovane Agnes Moorhead, attrice che tutti noi ricordiamo nel ruolo della terribile Endora nel telefilm VITA DA STREGA, ma che prima del grande successo in Tv aveva alle spalle una lunga carriera cinematografica.





L'ultimo dei Mohicani, 2006



Regia di Giuseppe Laganà, serie animata in 26 episodi
Trasmessa per la prima volta su Rai due nel 2006.



America, 1757: il guerriero Hawkeye in realtà è un bianco che, trovato neonato da una tribù indiana, è stato adottato e cresciuto come uno di loro dal capo Chingachgook assieme a suo figlio Uncas.
I due indiani, assieme a un terzo che poi si rivelerà una spia, vengono incaricati di scortare le sorelle Cora e Alice Munroe , figlie del comandate Munroe, fino al fortino dove si trova il padre con il suo battaglione. Durante il viaggio, pieno di pericoli tra Hawkeye e Cora nasce l’amore…




Quando ero piccola molti cartoni animati erano tratti da romanzi per ragazzi; una buona abitudine che poi nel corso degli anni è andata perduta, ma che sta lentamente riaffiorando in questi ultimi anni.
Questo cartone, tratto dal romanzo omonimo di James Fenimore Cooper ( ) che al cinema ha ispirato alcuni film (tra cui il più famoso è sicuramente quello con protagonista Daniel Day Lewis), ne è un esempio.
Pur avendolo seguito solo saltuariamente, ho potuto constatare che è un buon prodotto adattato per i bambini (sono stati inseriti i soliti animaletti antropomorfizzati e anche un bambino amico dei protagonisti che nel romanzo ovviamente non c’è), buona grafica e bei colori, personaggi ben delineati, vicende alternativamente drammatiche, divertenti e anche romantiche.
Altra grande differenza è l’inversione delle coppie rispetto al romanzo e ai film: invece di Uncas- Alice e Hwakeye- Cora, abbiamo il contrario, con un ulteriore cambiamento rispetto al personaggio di Alice (qui descritta come inizialmente antipatica e viziata rispetto alla dolce sorella Cora, ma il personaggio cambierà nel corso della storia).
Speriamo di poterne vedere presto altri, i romanzi non mancano certo!




Settimo cielo (Seventh Heaven), 1927





Regia di Frank Borzage, con Janet Gaynor ( Diane),Charles Farrell ( Chico).

Parigi,1914.Diane è una giovane donna che vive nei bassifondi di Parigi con la crudele sorella che la maltratta e, a un suo tentativo di scappare, cerca di ucciderla.In suo difesa interviene Chico, uno spazzino che mette in fuga la cattiva e cerca di dissuadere la sventurata Diane dall’idea del suicidio.Mosso a compassione dalla sorte cui andrebbe incontro Diane, che è sola al mondo come lui, il giovane decide di ospitarla in casa propria, una soffitta di un palazzo popolare, da cui si vede tutta Parigi.
Vivendo insieme i due s’innamorano e si sposano, ma scoppia la Prima Guerra mondiale e Chico è costretto a partire…


Tratto da un racconto dello sconosciuto ( almeno per me, non ho trovato nulla su questo autore nemmeno su Internet) Austin Strong-intitolato anch’esso SETTIMO CIELO,1922-, mi rendo conto che ora quasi nessuno lo conosce:ed è veramente un peccato.Perchè questo è un film talmente bello,talmente ben fatto ( il regista Borzage denota una maestria e una sensibilità rare), talmente…super, che in un breve commento non trovo tutte le parole per descriverlo come merita. Vedere la storia d’amore tra i due giovani poveri che trovano il loro angolo di paradiso in una soffitta è come leggere una poesia, e questo film è una vera poesia d’amore. E’ un film muto, ma sicuramente molto più espressivo di molti film sonori( soprattutto di oggi), e non solo grazie alla bravura del regista,ma anche grazie all’alchimia tra i due protagonisti Charles Farrell e Janet Gaynor, una delle coppie più belle mai viste al cinema,alla fotografia che ci mostra le fantastiche vedute di Parigi dalla soffitta in un’aura quasi magica e la bellissima colonna sonora ( ovviamente, per la nostra epoca, abbastanza datata, ma a me è piaciuta tantissimo.
 Per cercare di dare un’ulteriore idea della bellezza e della poesia espresse in questo film cito il parere di Martin Scorsese nel suo documentario VIAGGIO NEL CINEMA AMERICANO:” …Borzage non era una persona colta, il suo stile era istintivo…ciò che lo ispirava era la forza stessa delle emozioni.Era questo il grande mistero che elevava i suoi melodrammi al rango di pure canzoni d’amore”.
Il film fu uno dei grandi protagonisti della prima Notte Degli Oscar nel 1928:vinse tre premi Oscar ( Borzage come miglior regista, Janet Gaynor come miglior attrice e miglior sceneggiatura.