Regia di Stefano Mordini, con Riccardo Scamarcio (Adriano Doria), Miriam Leone (Laura), Fabrizio Bentivoglio (Tommaso Garri), Maria Paiato (Elvira Garri). L'imprenditore Adriano Doria viene accusato dell'omicidio della propria amante Laura; dichiaratosi innocente, accetta il consiglio del proprio avvocato di avere un colloquio con una nota penalista che non ha mai subìto una sconfitta in tribunale. La donna dovrà farsi raccontare la verità approntando la migliore difesa per il suo cliente, ma la verità è difficile da fare emergere.... Un thriller insolito nel panorama cinematografico italiano, con un ritmo solido e una continua suspance in un gioco che finirà per rimescolare ogni carta e ogni indizio dato sia all'inizio che durante la storia. Inizialmente la storia parte molto banalmente: Adriano Doria è un imprenditore sposato con una figlia che tradisce la moglie con l'avvenente fotografa Laura; un giorno al ritorno da uno dei loro incontri su un sentiero isolato di montagna hanno un incidente con un'altra auto guidata da un giovane uomo che dopo l'impatto non dà segni di vita. Da qui nasce un'ingarbugliata vicenda in stile "non tutto è ciò che sembra" che si dipana con un ritmo di tensione crescente dovuto ai vari colpi di scena spesso inaspettati che rimescolano continuamente le carte in tavola ribaltando addirittura tutto quanto visto fino ad allora.
Ho trovato gli attori sufficientemente in parte, tutti quanti in perenne bilico nella dualità "Buono/Cattivo", "Vittima/Carnefice" a seconda dei punti di vista e dei colpi di scena. Un po' angoscioso ma tutto sommato un buon thriller, anche piuttosto insolito nel panorama cinematografico italiano.
Regia di Quentin Tarantino, con Brad Pitt (Cliff Booth) Leonardo Di Caprio (Rick Dalton), Margot Robbie (Sharon Tate); Luke Perry (wayne Maudner), Rafael Zawieruscha (Roman Polansky), Mike Moh (Steve McQueen), Damon Harriman (Charles Manson), Emile Hirsch (Jay Sebring). 1969: Rick Dalton è un ex divo della tv e del cinema anni '50, specializzato in western e film d'azione, in crisi artistica e personale dato che ormai il cinema sta cambiando e punta su attori e generi cinematografici molto diversi dal suo. Tuttavia per sbarcare il lunario Rick accetta qualunque proposta lavorativa, sempre affiancata dalla sua storica controfigura Cliff Booth, che ormai è il suo migliore amico e tuttofare, e anch'esso in cris visto che se non lavora uno non lavora nemmeno l'altro. I vicini di casa di Rick sono il giovane regista rivelazione Roman Polansky e sua moglie, l'attrice Sharon Tate.... Solitamente Tarantino non mi piace, ma stavolta ero decisa a vedere questo suo ultimo film proprio perhè tocca in parte la storia di Sharon Tate, l'attrice moglie di Roman Polansky uccisa nel 1969 dalla setta Manson assieme ad alcuni amici. E devo dire che non solo non me ne sono pentita, ma anzi, incredibilmente mi è piaciuto e sul finale mi sono pure commossa: magari fosse andata veramente così! I protagonisti del film sono Rick Dalton, ex star degli anni '50 caduta in declino, e la sua controfigura Cliff, trascinata nella crisi assieme a lui per ovvie ragioni: se non lavora il primo, non lavora nemmeno il secondo. Il rapporto tra i due è molto stretto anche al di fuori dal lavoro, sembrano quasi due fratelli che si sostengono a vicenda (anzi, è più Cliff che sorregge Rick nei suoi momenti di crisi occupandosi di lui che il contrario). Parallelamente abbiamo la figura di Sharon Tate, giovane attrice emergente, sposata con il regista di punta del momento (Polansky, la cui figura appare solo brevemente), incinta del primo figlio e insomma con una vita invidiabile. Rick e Sharon sono vicini di casa in Cielo Drive, anche se per via dei rispettivi impegni non si sono ancora conosciuti.
Abbiamo così i due punti di vista di una Hollywood che non c'è più: da una parte un attore specializzato in western e film d'azione che oltre al cinema ha molto lavorato anche nelle serie tv degli anni '50, dall'altra gli artisti emergenti di film particolari che anticipano il cinema più impegnato degli anni '70 (non a caso viene proprio citato quello che all'epoca era il film dell'anno, "Rosemary's baby", proprio di Polansky). Rick è un po' piagnone e vittimista, ma allo stesso tempo non si dà per vinto e cerca in tutti i modi di risalire la china, a costo di venire in Italia a girare gli spaghetti western (viene citato il regista Sergio Corbucci) e di rinnovarsi girando per registi sperimentali, per questo il personaggio mi è piaciuto, e ho trovato molto bravo Di Caprio a destreggiarsi tra i vari toni del personaggio, passando dal dramma della depressione per il periodo di crisi ai toni grotteschi a quelli trionfanti.
Il suo alter ego è Cliff, personaggio con un passato misterioso (si vocifera che abbia ucciso la moglie, e d in effetti certi scoppi di violenza del personaggio sarebbero perfettamente in linea con ciò) e una carriera mai decollata, se non come controfigura; è lui che si prende cura di Rick facendogli quasi da angelo custode, lui che a metà film avrà un inquietante "incontro ravvicinato" con quelli della setta Manson, lui che giocherà un ruolo fondamentale nell'ultima parte del film (in fondo il suo primo da protagonista). Anche qui ottima interpretazione di Brad Pitt in grado di cogliere tutte le sfumature del suo personaggio. Bravissima anche la Robbie nei panni della Tate, con la quale è chiaro l'intento del regista di fare empatizzare lo spettatore con lei: bella, gentile, che si emoziona andando al cinema a vedere un suo film, simpatica...stringe il cuore ancora di più pensando alla fine cui è destinata. La violenza splatter tipica dei film tarantiniani stavolta è presente solo in parte, come si evince dal titolo il regista si è concentrato più sulle icone hollywoodiane di una stagione del cinema, quella stagione d'oro che in quegli anni stava tramontando lasciando spazio ai film impegnati degli anni '70. Un omaggio del regista a quello che è stato probabilmente il cinema della sua infanzia, quello che aveva nel cuore quando ha cominciato questo mestiere, con un occhio di riguardo al cinema italiano di cui Tarantino è da sempre estimatore: nella fattispecie quello degli "spaghetti western". In un breve ruolo compare anche il compianto Luke Perry, l'attore di BH 90210 morto a marzo. Aggiungiamoci una colonna sonora curata e di tutto rispetto e il film cult è servito!
Regia di Alessandro Pondi, con Enrico Brignano (Gianni), Ilarian Spada (Lola), Paola Minaccioni (lorella), Giorgio Colangeli (Alfredo). Il tassista romano Gianni, stufo della su vita stressante, sogna di cambiare vita vincendo al Superenalotto...vincita che puntualmente non arriva mai. Un giorno in taxi una coppia facoltosa diretta alle Maldive per una vacanza di dieci giorni dimentica le chiavi della propria villa; Gianni decide di approfittarne per insediarvisi e finisce per adottare (sotto falsa identità) lo stile di vita dei proprietari, con piscina, auto e abiti di lusso, feste esclusive; il tutto a insaputa della moglie Lorella e dei due figli, che continua a raggiungere la sera fingendo di avere lavorato tutto il giorno. Durante una di queste feste conosce la bella ed esuberante Lola... Tipica commedia italiana un po' cattivella rovinata da un finale inaspettato e che, seppure perfettamente in linea, con la storia, non mi ha pienamente soddisfatto. Non pretendo il lieto fine sempre e comunque, ma un po' più di coerenza non guasterebbe. Enrico Brignano interpreta con la consueta verve comica e sorniona dietro la quale stavolta si intravede anche una certa profondità Gianni, tassista romano sposato con Lorella e padre di due figli: una vita ordinaria barcamenandosi tra debiti per la casa e l'attività, figli da seguire, soldi che non bastano mai, al punto che la famiglia non può andare nè in vacanza nè in piscina. L'unico appiglio a cui Gianni si aggrappa nella speranza che accada qualcosa che gli cambi la vita è una vincita al superenalotto che però non arriva mai. La vera svolta arriva quando una facoltosa coppia in partenza per le Maldive (come raccontano loro stessi al tassista) dimentica le chiavi della propria villa nel taxi; per Gianni è impossibile resistere alla tentazione e, se dapprima si introdurrà nella villa solo per rinfrescarsi in piscina, finirà per "rubare" la vita dorata che si intravede dietro quel cancello. Barcamenandosi tra l'ignara famiglia e cose che finora aveva solo potuto sognare, si illuderà (perchè alla fin fine è questo quello che succede) di potere davvero appartenere a quel mondo, cosa che per mille motivi non succederà.
Gianni è il tipico italiano medio delle commedie, uomo comune con qualità e difetti (più i secondi), non cattivo ma certamente nemmeno positivo (nonostante le ristrettezze economiche non si sogna nemmeno di condividere almeno in parte la piscina con la propria famiglia). Non riesce nemmeno a capire che la vita vera, con tutti i suoi difetti, è quella che sta vivendo assieme alla moglie con la quale ha costruito una famiglia e una vita da anni, e che quella da lui sognata è fasulla e comunque nn priva di difetti (le coppie ricche che puntualmente incontra mostrano di non essere felici e di vivere nel rancore per tanti motivi diversi). Alla fine si adegua mantenendo una doppia facciata senza fare una scelta, con unico contentino per il pubblico il fatto che anche la moglie farà la stessa cosa. Oltre a Brignano degne di nota sono le due attrici, Ilaria Spada, la simpatica Lola dalla doppia faccia che rappresenta l'equivalente umano della villa di lusso, e Paola Minaccioni, moglie caciarona e non troppo bella (ma nemmeno Brignano è Brad Pitt, eh..) ma con una sua profondità che non si sa se il marito riesce a cogliere o meno. Si ride, non sempre per comicità ma talvolta anche amaro, tutto sommato fino alla fine è un film piacevole.
Regia di Stefano Cipani, con Alessandro Gassman (Davide), Isabella Ragonese (Marta ), Francesco Gheghi (Jack), Lorenzo Sisto (Giò), Rossy De Palma (Zia Dolores), Roberto Nocchi (Vitto), Arianna Bacheroni (Arianna). Nella famiglia Mazzariol nasce l'ultimo figlio, Giovanni detto Giò, affetto da sindrome di Down. Per spiegare questa cosa i genitori raccontano al piccolo Giacomo di cinque anni che il nuovo fratellino è così perchè ha dei superpoteri; per alcuni anni Giacomo ci crede e ne è felicissimo, ma quando comincia a crescere e capire la verità comincia anche a reagire con fastidio all'esuberanza di Giò... Tratto dal romanzo omonimo (2016 ) di Giacomo Mazzariol, è uno spaccato di vita quotidiana di una normale famiglia italiana tra i cui componenti c'è un bambino Down, Giò. Il tutto narrato dal punto di vista di Jack (ovvero Giacomo), fratello di Giò a cui per spiegare la "diversità" del fratellino, è stato detto che Giò è un eroe con superpoteri, e quindi "speciale" e un po' diverso dagli altri. Tralasciando il fatto che sia una cosa molto comune e che io non codnvido personalmente, Jack effettivamente ci mette un po' di anni a capire che Giò non ha alcun superpotere: per tutta la durate dell'infanzia mette continuamente l'ignaro Giò alla prova in modi fantasiosi, che gli confermano puntualmente la specialità di suo fratello. Quando raggiunge la problematica età di 14 anni però queste dolci illusioni hanno già lasciato da tempo il posto non solo a una visione più realistica della situazione del fratello, ma anche a qualcosa di nuovo finora sconosciuto: l'imbarazzo che la presenza di Giò spesso gli prova. Sarò impopolare: sono dinamiche che esistono in famiglie con un disabile o un malato grave, e dato che in Italia questo tipo di tematiche è trattato con grandissima ipocrisia si preferisce fare finta che non sia così e si passa tra due estremi: o escludere i disabili oppure al contrario. Ed è in questo modus operandi che inizialmente si colloca la famiglia nei confronti del piccolo Giacomo che chiede spiegazioni sul fratellino, anche se i loro genitori lo fanno con affetto e dolcezza, anche con una sorta di ingenuità.
Tornando ai due fratelli, Jack cerca in tutti i modi di "combattere" l'imbarazzo che gli provoca Giò (e dietro cui si nasconde la tipica difficoltà adolescenziale di ragazzo che sta crescendo e si sta affrancando dalla famiglia come persona): arriva addirittura a dire che è morto e a montare un caso mediatico mobilitando tutto il paese inventando la storia di un gruppo neonazista che odia i disabili e vorrebbe aggredire Giò. Cose che francamente sono poco comprensibili a livello umano, e non fanno fare una gran figura al personaggio, per il resto circondato da grandi personaggi di eccezionali persone normali: i due genitori Isabella Ragonese e Alessandro Gassman, che affrontano questa durissima prova con il sorriso sulle labbra e tanto amore, sia fra loro che per la loro famiglia; l'attrice spagnola Rossy De Palma, famosa per i film di Almodovar, nei panni della stravagante zia Dolores. Bravi i giovani attori che interpretano Jack, Giò e il loro amico Vitto; pollice verso per le giovani attrici che interpretano le due sorelle per quella che interpreta Arianna (insopportabile, ma forse è proprio il personaggio che è così), Il ritmo del film è leggero anche quando deve affrontare parti drammatiche.
Inghilterra, 1485: dopo aver vinto la battaglia di Bosworth e aver sconfitto Riccardo III, Enrico Tudor viene proclamato re d'Inghilterra con il nome di Enrico VII. Sposa Elisabetta di York, figlia di Edoardo IV, che inizialmente lo odia; pian piano, complice la nascita del primogenito Arturo, tra i due coniugi nasce l'amore, messo costantemente a dura prova non solo dalla scarsa popolarità di cui Enrico sembra godere, ma anche dai complotti della regina madre Elisabetta Woodville per favorire il ritorno sul trono del figlio Riccardo, che sarebbe il legittimo erede. Infatti il principino si sarebbe in realtà salvato e nascosto per anni dalla madre; rintracciato dalla zia Margherita di York, viene educato Tratta dai romanzi "Una principessa per due re" e "La maledizione del re" di Philippa Gregory, è in pratica il seguito di "The white queen" e copre gli ultimi due libri della serie dedicata alla "Guerra delle due rose". Come tutti sapete ho amato moltissimo Riccardo e Anna d "The white queen", e odiato cordialmente le due Elisabette; per questo avevo deciso di non vedere la serie tv e di non leggere i due libri da cui è stata tratta, visto che già sapevo almeno in parte che piega avrebbero tenuto. Poi però per cause che non ho saputo spiegarmi (masochismo?) ho cambiato idea e quindi ecco quest'estate la visione della continuazione. Devo dire che il cambio attoriale ha favorito una maggiore empatia con i personaggi, e oltretutto ha permesso di ristabilire un minimo di equità nelle età dei personaggi (con l'altra serie gli attori non erano nemmeno stati invecchiati, con il risultato di avere nel 1485 la stessa Elisabetta Woodville del 1464). Certo la trovata di tenere in vita la già anziana duchessa Cecilia molto più della durata ffettiva della sua vita è comunque allo stesso livello di ridicolo. Abbiamo quindi le protagoniste della precedente serie tv, Elisabetta Woodville e Margaret Beaufort, ormai anziane e normalmente destinate a un naturale declino in favore dei due figli, Henry ed Elizabeth; senonchè entrambe non si arrendono e non smettono di tessere intrighi e complotti, la Woodville con lo scopo di riportare in Inghilterra e poi sul trono il figlio sopravvissuto Riccardo. Fa niente se per fare ciò mette costantemente in pericolo la vita della figlia Lizzie e del nipote Arturo, e fa niente se tutto ciò va contro la volontà della giovane regina, decisa invece a trovare dell'armonia nel rapporto con il proprio consorte. E' vero che si passa dal "odio Henry" a "Amo Henry" nel giro di due puntate e quindi anche questa cosa risulta poco credibile, ma d'altra parte le puntate sono solo otto quindi la serie tìene per forza un ritmo veloce. L'altra protagonista della serie è Margaret, la figlia dei defunti George e Isabel, personaggio storico particolarmente colpito dalla cattiva sorte (verificare per credere), qui nei panni di giovane "parente povera" di cui la regina si occupa per carità e che alla fine viene tirata dentro a forza nei complotti; Margaret vorrebbe solo una vita tranquilla lontano dalla corte con il marito, invece gli interessi familiari la obbligheranno giocoforza a ben altro. Alla fine la vera eroina è lei, mentre la cugina diventa una stronza capace di sacrificare il proprio fratello e il cugino pur di mantenere il potere. Non mancano elementi paradossali: la stronzaggine di Margherita di York, l'omicidio di Jasper Tudor da parte della Beaufort e in particolare l'incontro tra i reali d'Inghilterra e quelli di spagna per contrattare il matrimonio dei rispettivi figli, scena in cui la piccola Caterina D'Aragona viene mostrata ai futuri suoceri mentre balla il flamenco (ballo che all'epoca ancora non esisteva!). Per non parlare della super-cavolata non solo di riesumare (male) il personaggio di Francis Lovell (il migliore amico di Riccardo) che nella precedente serie era stato completamente eliminato (per fortuna sua, aggiungerei) ma di rimetterlo male, senza spiegarne la storia o la funzione...sembra uno capitato così per caso! Tra i giovani interpreti nessuno brilla per particolari doti recitative, anche se la giovane Rebecca Benson è più piacevole da vedere degli altri; restano a dividersi la scena i "vecchi" della situazione, tra cui spicca la ex Catelyn Stark de "Il trono di spade" Michelle Fairley. Nonostante tutto passabile.
Regia di Jean Jacques Annaud, con Patrick Dempsey (Harry Quebert), Ben Schetzner (Marcus Goldman), Kristine Froseth (Nola Kellergan), Matt Frewer (David Kellergan), Tessa Mossey (Jenny Quinn Giovane),Victoria Clarke (Jenny Quinn adulta),Josh Close (Luther Caleb),Damon Wyans jr (Perry Galawood). Marcus Goldman è un giovane scrittore in crisi creativa, che decide di andare a trovare il suo mentore ed ex professore universitario, il noto scrittore Harry Quebert, nella speranza che lo possa aiutare. Poco dopo il suo arrivo però Harry viene arrestato con l'accusa di aver ucciso Nola, un'adolescente scomparsa trent'anni prima, i cui resti sono stati ritrovati sepolti nel giardino di casa sua. Harry proclama con convinzione la propria innocenza e Marcus decide di aiutarlo indagando in proprio... Tratto dal romanzo omonimo di Joel Dicker (2012), è una miniserie molto attesa che ho guardato senza conoscere il libro e partendo con un lieve pregiudizio dovuto alla presenza di Patrick Dempsey, attore che non sopporto dai tempi di "Grey's anatomy". Il giudizio finale non è negativo anche se ho trovato il tutto piuttosto noioso, con un po' troppi personaggi che si intersecano e quindi a volte generano confusione e un ritmo a volte troppo lento; il che probabilmente sulla carta produce più un effetto riflessivo riguardo agli avvenimenti narrati, ma in tv a mio avviso produce solo un effetto soporifero. L'incipit è tutt'altro che originale: Marcus, giovane scrittore autore di un best seller di successo mondiale (oltretutto era al primo libro), è in crisi creativa: la casa editrice preme per l'uscita del secondo romanzo, ma lui non ha ancora scritto nemmeno una riga e non sa che fare. Stufo della fama il giovane decide così di andare a visitare Harry Quebert, suo ex professore universitario a sua volta autore del best seller "Le origini del male", ritiratosi da tempo in un paesino del . L'incontro non sortisce inizialmente alcun effetto, ma dopo poco tempo la bomba: nel giardino della casa vengono trovati i resti di Nola, una quindicenne scomparsa trent'anni prima, figlia del pastore del luogo. L'ex professore viene arrestato e nonostante proclami la sua innocenza, la scoperta (per sua stessa ammissione) di una relazione sentimentale fra i due non fa che aggravare la sua posizione, visto oltretutto che non ha un alibi.
L'unico a credergli è Marcus che si incarica di investigare per conto suo, e comincia un sua personale indagine parlando con i vari abitanti del paesino: l'ex pastore e padre della vittima, la proprietaria del locale caffè (nel quale Nola lavorava come cameriera), sua figlia Jenny e molti altri. Ovviamente vengono alla galla segreti di ogni tipo, e va da sè che Marcus attingerà a questa vicenda per il secondo libro. Come detto, non sopporto Dempsey ma qui non sfigura del tutto, anche se io essendo di parte non riesco proprio a valutare con obiettività le sue capacità attoriali. Validi anche gli altri attori, finale inaspettato (secondo me), ma una volta finito non mi ha lasciato molto (anzi, direi quasi nulla). Tuttavia penso possa piacere agli appassionati del genere.
Regia di Giovanni Veronesi, con Piefrancesco Favino (D'artagnan), Rocco Papaleo (Athos), Valerio Mastandrea (Porthos), Sergio Rubini (Aramis), Margherita Buy (Regina Anna), Matilde Gioli (Costanza), Anna Mouglasis (Milady), Alessandro Haber (Cardinale Mazarino) 1650 circa: dopo vent'anni dalle vicende che li resero famosi e ormai ritiratisi a vita privata D'artagnan, Athos, Porthos e Aramis vengono richiamati dalla Regina Anna per salvare la Francia, devastata dalle guerre di religione. Cinici, disillusi ma sempre abilissimi con spade e moschetti accetteranno di portare a termine la rocambolesca missione... Come quasi sempre ormai, ho deciso di trascorrere il mio Ultimo dell'anno al cinema; e quest'anno chi meglio dei miei amati moschettieri poteva traghettarmi nel 2019? La cosa, devo dire, mi fa sperare bene per il nuovo anno! In un'intervista a Ciak il regista Giovanni Veronesi ha definito il film "un regalo di Natale" del regista agli spettatori; se è così è davvero da ringraziare! Prima di tutto c'è da dire che non è una rivisitazione fedele del romanzo, nè del suo seguito "Vent'anni dopo", anche se si svolge appunto proprio vent'anni dopo dai fatti più famosi. I nostri moschettieri da anni hanno appeso la spada al chiodo, le loro strade si sono separate e hanno vissuto vite totalmente diverse, invecchiando non benissimo: D'Artagnan è un proprietario terriero con famiglia non proprio felice, Aramis ha preso i voti, Athos di diletta in avventure sessuali di poco gradimento e Porthos, affetto da depressione, vive schiavo dell'oppio e del vino e inizialmente si vergogna talmente tanto della sua condizione che nemmeno si fa trovare dai suoi vecchi amici. Anche la Regina Anna è invecchiata, è svanita, ma deve tirare avanti perchè il figlio Luigi XIV è un incapace e per di più di salute cagionevole causa stravizi; la Francia però è devastata dalle guerre di religione e la sovrana non riesce a venire a capo di tutti questi problemi. In extremis le viene in mente ci chiedere l'aiuto di quelli che un tempo furono i suoi uomini più fidati, trovandosi di fronte una specie di Armata Brancaleone", dotata però di tanta voglia di riscatto. Non è il massimo ma non ci sono alternative, e così i nostri moschettieri, accompagnati da un servitore chiamato "Servo Muto" (ma D'artagnan lo chiama Sergio) parton per quella che sarà soprannominata la "penultima missione". Da qui tutta una serie di avventure a volte troppo strampalate pur considerando lo stile e il contesto del film, una riproposizione della storia dei moschettieri in salsa pop, con elementi classici che si mescolano a elementi moderni, sopratutto nel look dei personaggi, in un susseguirsi che riesce comunque a mantenere un buon ritmo narrativo filare fino alla fine del film, nonostante qualche buco nella trama e sopratutto un finale in salsa moderna che non c'entra nulla e francamente si poteva evitare.
Gran parte del merito va anche al cast di attori, bravissimi e affiatati: ai quattro moschettieri di Favino (un D'artagnan sempre in bilico tra il romantico e lo sporcaccione), Papaleo (Athos disilluso), Rubini (Aramis saggio) e Mastandrea (Porthos votato alla massima sincerità) si aggiungono le donne, la svanita Regina Anna di Margherita Buy, la vivace dama di compagnia Matilde Gioli e la Milady di Anna Mouglasis a cui viene data per la prima volta un interpretazione un po' diversa ma realistica: è cattiva, sì, ma diventata tale a causa di tutte le violenze e sofferenze subìte nella sua vita. E il finale che la riguarda la scia sul suo personaggio un retrogusto amaro. Da non trascurare la colonna sonora, perfettamente in linea con lo stile del film, che mischia brani classici a brani di musica pop. Insomma è proprio il caso di dire "cominciamo bene", ma in senso buono! Visto il 31 dicembre 2018