martedì 6 dicembre 2016

La favola del principe Schiaccianoci (The Nutcracker prince),1990



Regia di Paul Schibli, con le voci italiane di : Francesco Bulckaen (Schiaccianoci),Giorgia Lepore (Clara),Francesco Vairano (Topo Re),Isa Di Marzio (Topo Regina), Alvise Battain (Zio Dosselmeier).


Alla vigilia di Natale, la piccola Clara riceve come regalo dallo zio uno "schiaccianoci", uno strano bambolotto di legno. Grazie al giocattolaio che ha venduto il giocattolo, Clara scopre che lo schiaccianoci in realtà è Hans, il nipote dello stesso giocattolaio, vittima di un terribile incantesimo per aver offeso la Regina dei Topi: l'incantesimo sarebbe spezzato  solo se Hans sconfiggerà il Re dei Topi e diventasse Re del Paese dei Giocattoli, ma per fare ciò ha bisogno dell'aiuto di una fanciulla coraggiosa e gentile di animo....


Tratto dal racconto  "SChiaccianoci e il re dei Topi" ( ) di E.Hoffman, è la versione animata del famoso musical, un cartone non molto conosciuto ma carino e meritevole, particolarmente adatto al periodo natalizio data la storia e l'ambientazione. 
E' un film carico di magia e , rispetto a molti altri, mi è sembrato che attraverso i colori caldi e vivaci della fotografia trasmetta anche allo spettatore il calore del Natale, nonostante qualche sfumatura nostalgica: da più parti si intravede che per Clara sarà l'ultimo Natale da bambina, dato che ha undici anni e già il prossimo anno avrà esigenze più da "signorina". Per lei è arrivato il tempo di crescere, e nonostante qualche tentazione (in questo il personaggio ricorda la Wendy di Peter Pan), il passaggio alla fine verrà affrontato con serenità...e ci saranno sicuramente altri bellissimi Natali.
Per il resto la trama è lineare, con la lotta tra buoni e cattivi, un giovane (non principe) imprigionato da un terribile incantesimo, giocattoli che si animano di notte e una musica intramontabile.. insomma, anche se il film non è famosissimo, a mio avviso è da riscoprire.


sabato 3 dicembre 2016

Antonio Polese

So che non c'entra nulla con il mondo del cinema, ma non posso proprio non ricordarlo: è morto all'età di 80  anni Don Antonio Polese, il mitico "boss delle cerimonie" dell'omonima trasmissione di Real Time, uno dei pochi programmi tv che seguo che non siano fiction.
Don Antonio era il titolare del ristorante "La Sonrisa", di Sant'Antonio Abate (Na), ristorante- albergo  immortalato anche nel film "Reality" di Matteo Garrone e reso famoso dal programma di Real time da quattro anni a questa parte, la cui caratteristica principale- oltre a un certo trash, ammettiamolo, è stata quella di portare  a conoscenza di tante persone che vivono in varie parti d'Italia uno spaccato di napoletanità e di come vengono vissuti e concepiti eventi come matrimoni, compleanni, comunioni, battesimi....a volte in maniera sicuramente eccessiva ed esagerata, ma sempre con spontaneità e simpatia. 
Don Antonio- che da poco aveva festeggiato i 50 anni di matrimonio con la signora Rita-  era coadiuvato nel suo lavoro dalla figlia Imma, dal genero Matteo e dai collaboratori Ferdinando e Davide, ultimamente si era unito anche il nipote Antonio Jr.
A me era simpatico, trasmetteva buonumore e allegria, mi spaice molto che sia morto...ciao Don Antonio!







martedì 29 novembre 2016

La segretaria dei Beatles (Good Ol' Freda), 2014



Regia di Ryan Kelly, con Freda Kelly, John Lennon, George Harrison, Ringo Starr, Paul McCartney.





Freda Kelly fu per otto anni la segretaria di Brian Epstein, e quindi dei Beatles: dopo 45 anni di silenzio decide di raccontare la sua esperienza praticamente a fianco dei Fab....



C'è un detto che recita: "dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna": dietro quattro grandi, I Beatles, c'è stata per tutti i dieci anni della loro carriera come band una piccola grande donna, Freda Kelly, segretaria di Brian Epstein e guida del fan club ufficiale dei Fab dal 1963 fino alla fine.
La quale, dopo la fine della parabola beatlesiana, ha continuato la sua vita lontano dalle luci della celebrità dedicandosi alla famiglia e al lavoro; avrebbe potuto sfruttare la fama riflessa che le era derivata dal suo ruolo per guadagnarci qualcosa, invece per anni ha vissuto tranquillamente nell'ombra  fino a quando, nel 2014, ha deciso di aprire la sua persona "scatola dei ricordi"  a beneficio di noi fans.
Certamente il suo è un punto di vista ristretto e privilegiato (come ho letto in altre recensioni) ma non potrebbe essere altrimenti, visto che chiaramente  i ricordi della segretaria dei Beatles interesseranno principalmente ai fans dei Fab e non a quelli dei Pink Floyd o dei Queen; al di là quindi delle facili polemiche, bellissimo ripercorrere la storia del gruppo attraverso le parole della loro segretaria, una ragazza che quando fu assunta aveva poco meno della loro età e che ebbe il merito di creare e dirigere il primo fans club ufficiale del gruppo, un lavoro di non poco conto, sommato a tutto il resto!
Freda Kelly mi ha dato l'impressione di essere una persona semplice che si è ritrovata a vivere in un periodo straordinario cose straordinarie, e le racconta con tanta normalità come nulla fosse: a noi sembra davvero incredibile sentire parlare dei Fab, delle loro mogli o fidanzate, delle loro famiglie, degli altri personaggi che hanno costellato questa stupenda storia musicale in modo talmente normale...
Nonostante non racconti granchè di nuovo per i più esperti, è sicuramente da vedere per ogni beatlesiano che si rispetti...come resistere agli annedoti della buona, vecchia Frida? :) 






domenica 27 novembre 2016

Fai bei sogni, 2016



Regia di Marco Bellocchio, con Valerio Mastandrea (Massimo), Beatrice Bejo (Elisa),Nicolò Cabras (Massimo bambino),


31 dicembre 1969: Massimo, nove anni,rimane orfano di madre, morta per un infarto fulminante. Il bambino soffre moltissimo e fatica ad accettare l'evento, diventando un adulto sfuggente e problematico, finchè a 40 anni scoprirà che le cose non sono affatto andate come gli hanno sempre raccontato....




Tratto dal romanzo omonimo (2013 ) di Massimo Gramellini, il titolo del film probabilmente è da leggersi come un augurio del regista all'incauto spettatore che dovesse decidere di trascorrere una serata al cinema scegliendo questo noiosissimo film.
In teoria la storia non sarebbe male: è la storia di un'assenza che- come spesso succede- arriva a pesare a volte più della presenza delle persone reali, forse anche perchè idealizzata. La mamma di Massimo nel film viene presentata- attraverso i flashback dei ricordi del figlio- viene presentata come una donna dolce e madre affettuosa, ma probabilmente infelice e depressa, il cui malessere viene nascosto e represso fino a sfociare nel gesto fatale.
La repressione, anche se a fin di bene, si perpetuerà attuata dai familiari nei confronti del figlio: a Massimo verranno raccontate una serie di grosse bugie nel tentativo di proteggerlo, anche davanti a i numerosi interrogativi che via via il ragazzino pone, e che causeranno un grosso blocco esistenziale in lui, blocco che verrà risolto solo svelando la verità. Il tutto avverrà solo dopo una serie continua  di saltelli tra passato e presente, con un ritmo che- a dirla cosi- potrebbe pure sembrare frenetico e invece  noioso e basta, come noiosi e basta alla fine fine sono la maggior parte dei ragionamenti affidati ai vari personaggi, che sarebbero anche interessanti se i loro bravi interpreti fossero sorretti da una sceneggiatura come si deve.E invece nisba, Bellocchio perde tutto nelle spiegazioni e situazioni psicanalitiche che lo hanno reso famoso, per cui alla fine l'unica cosa interessante del film appare il famoso album con le foto dei cantanti che rappresentava l'unico hobby della mamma del protagonista, ispirato forse all'album di Sofia Loren in "Una giornata particolare" di Ettore Scola.
Un po' poco, francamente....



venerdì 18 novembre 2016

7 minuti, 2016



Regia di Michele Placido, con Ottavia Piccolo (Bianca), Violante Placido (Marianna), Ambra Angiolini (Greta), Isabella Ragonese (Hira), Fiorella Mannoia (Ornella ), Cristiana Capotondi (Isabella), Maria Nazionale (Angela),Balkissa Maiga (Kidal), Erika D'Ambrosio (Alice).

Un'azienda tessile viene acquisita da una mutlinazionale francese. La nuova proprietaria, assieme ai vecchi padroni, propone un accordo con la rappresentante sindacale delle operaie: nessuna sarà licenziata, ma in cambio dovranno rinunciare a 7 minuti sulla pausa pranzo. Tutte esultano, ma Bianca, l'operaia più anziana nonchè rappresentante, invita alla riflessione: e se questa proposta nascondesse in realtà qualcosa di più serio?




Con questo film la lotta di classe operaia torna al cinema dopo decenni in cu sembrava scomparsa. In questo arco di tempo, come tutti sappiamo, il mondo del lavoro è totalmente cambiato in peggio: piano piano, causa globalizzazione e interessi di ogni tipo, hanno annullato tutte le lotte e i risultati cnseguiti in tanti anni di sacrifici, e siamo ridotti come sappiamo.
In particolare le donne soffrono diverse difficoltà, ad ogni età, e sono quelle più a rischio di non trovare nessun lavoro in caso di licenziamento; questo film è una perfetta panoramica di quello che accade oggi a tantissime persone, colpevoli solo di volersi garantire una dignità attraverso un lavoro sicuro.
Le operaie di questo film sono uno spaccato del mondo del lavoro femminile di oggi: c'è la giovane neoassunta, alla quale il lavoro consentirebbe di aprire finalmente un mutuo col fidanzato; la giovane quasi madre; le due veterane, memori di un tempo in cui i loro diritti erano tutelati; la ex tossica per la quale il lavoro significa una seconda possibilità; le due immigrate; l'operaia con marito disoccupato e la ex operaia diventata impiegata dopo che un incidente sul lavoro l'ha lasciata paralizzata. A tutte loro non sembra vero di sentire che l'unica cosa che devono fare per garantirsi il lavoro necessario è rinunciare a soli sette minuti di pausa...tutte sono pronte a firmare subito!Per fortuna Bianca, la più anziana del gruppo nonchè loro rappresentante, sa bene- per averlo visto nel corso degli anni- che una soluzione così facile nasconde ben altro, e invita le compagne alla riflessione, ottenendo inizialmente un muro alzato e risposte piccate: per queste donne perdere il lavoro significherebbe, oltre a perdere un sostentamento che in alcuni casi è la sola fonte di reddito con cui vivono loro e le loro famiglie, perdere anche la dignità e la possibilità di trovarne un'altro con identici vantaggi.
Non ci sono differenze tra straniere e italiane, tutte sono realmente sulla stessa barca. E alla fine, dopo un tormentato ragionamento, capiranno davvero che è come dice Bianca, che nn solo sotto c'è ben altro, ma che il tutto ha già cominciato a dare i suoi frutti negativi: il dubbio si è insinuato fra loro, hanno già cominciato a guardarsi con sospetto, a pensare che alcune potrebbero trarre dei vantaggi facendo fuori le altre, o che alcune hanno più diritto e bisogno di lavoro di altre. Insomma, il primo risultato è stato incrinare la loro unità come lavoratrici, e si sa che questo è solo il primo passo....
Molto bravo e ben assortito il gruppo di attrici, in cui spiccano due straordinarie Ottavia Piccolo e Fiorella Mannoia nei panni delle veterane e Balkissa Maiga nei panni della "filosofa" (ma non troppo) Kidal. Al contrario non ho apprezzato molto l'aggressività sopra le righe con cui Ambra Angiolini denota il suo personaggio, secondo me in certe scene era pure fuori luogo.
Film con un buon ritmo e, visto l'argomento, particolarmente interessante, toccante e coinvolgente.

martedì 15 novembre 2016

Bernadette (The song of Bernadette),1943




Regia di Henry King, con Jennifer Jones (Bernadette Soubirous),Romahn Bohen (Francoise Soubirous),Anne Revere (Louise Soubirous), Charles Bickford (reverendo Peyramale),Lee J. Cobb (dott.Cousz), Gladys Cooper (suor Marie Therese).






Lourdes, 1858: Bernadette Soubirous è una ragazza povera e malata, figlia di un mugnaio caduto in disgrazie che vive con la famiglia in una ex prigione malsana. La mattina dell'11 febbraio la giovane, assieme alla sorella e a un'amica, viene mandata a raccogliere legna in un boschetto, ma non riuscendo ad attraversare il fiumiciattolo per paura di bagnarsi i piedi (e quindi aggravare la sua asma) rimane sola; improvvisamente, viene attirata dalla luce proveniente da una piccola grotta, in cui vede una bellissima signora vestita di bianco che le parla, chiedendole di tornare per quindici giorni a pregare con lei.....




E' la versione più celebre- e romanzata- della vita di una delle sante ancora oggi più amate, Bernadette Soubirous (1844-1879 ), la pastorella protagonista della serie di visioni a Lourdes nel 1858.
E' uno dei miei film preferiti del periodo "post comunione", quando sognavo di farmi suora e vedere la Madonna come Bernadette (vabbè ero piccola dai!)...periodo per fortuna passato alla sveltissima, tant'è che oggi metto piede in chiesa solo per i funerali. Non che abbia nulla contro la religione, ma non mi ci ritrovo.
Tornando al film, la prima cosa che si nota è la notevole sproporzione tra la protagonista Jennifer Jones, all'epoca 24enne in buona salute ancorchè magrolina, e la vera Bernadette, 14enne che a causa delle gravi privazioni familiari e della salute minata dimostrava ancora meno della sua età; l'interpretazione dell'attrice tuttavia appare appassionata e coinvolgente, tale da far dimenticare questo "difetto" ai puristi come me, e primeggia su quelle degli altri personaggi, che comunque non sono di minore intensità, tra cui spiccano i genitori della giovane, persone semplici trascinate in qualcosa di più grande di loro che riescono difficilmente a gestire, e il parroco del paese, dapprima severo perchè pensa che la ragazza si stia inventando tutto, la cui fede viene messa a dura prova dai dubbi che alla fine è costretto a riconoscere di fronte al grande miracolo.
Il film a mio avviso mette bene in evidenza il clima di fanatismo misto a fede sincera e incrollabile che la povera Bernadette dovette affrontare in paese, assieme a quello più duro della commissione e delle persone che la reputavano pazza o doppiogiochista o al limite, desiderosa di popolarità.
Grande successo all'epoca, il film fu il primo a vincere il Golden Globe come miglior film drammatico nel 1944. Ricevette sette nominations agli Oscar, di cui due vinte: miglior attrice protagonista (Jennifer Jones), e migliore colonna sonora.






domenica 13 novembre 2016

In guerra per amore, 2016


 Regia di Pierfrancesco Diliberto, con Pif (Arturo Giammarresi), Miriam Leone (Flora),Andre Di Stefano (Philip Catelli), Maurizio Marchetti (Don Calò),Maurizio Bologna (Mimmo),Sergio Vespertino (Saro),Samuele Segreto (Sebastiano).



New York, 1943: Arturo e Flora sono innamorati, ma lui è un semplice cameriere mentre lei è la nipote del proprietario di una nota catena di ristoranti italo americani, ed è stata promessa sposa al figlio del braccio destro di Lucky Luciano.
L'unico modo di risolvere la cosa è ottenere dal padre della ragazza il permesso per sposarla; peccato che il padre viva in Sicilia, dove c'è la seconda guerra mondiale e dove gli alleati stanno per sbarcare. Arturo non si dà per vinto e approfittando dell'imminente sbarco si arruola nell'esercito americano, finendo proprio a Crisafulli, il paese dove vive il padre di Flora. Qui fa amicizia con il tenente Philip Castellani, italo americano in guerra per amore del suo paese, l'America....





Come protagonisti del suo secondo film Pif sceglie quelli che- per sua stessa ammissione in un'intervista- potrebbero essere i nonni ideali degli Arturo e Flora degli anni '90 protagonisti de "La mafia uccide solo d'estate"; il tema invece è sempre quello della lotta contro la mafia, analizzando stavolta i considerevoli intrecci avvenuti anche nel 1943 con lo sbarco degli Alleati e che purtroppo sono continuati anche dopo, come tutti sappiamo.
Pur abbastanza diverso dal primo film come ritmo narrativo e sopratutto,  anche qui abbiamo da subito personaggi di contorno che ci conquistano:  la vecchina con la Madonnina e il vecchietto con la statua del Duce  che lottano fra di loro per chi deve passare per primo mentre corrono al rifugio (entrami destinati a due scene indimenticabili seppure diversissime tra loro), il piccolo Sebastiano che attende il ritorno del padre e cerca fra gli americani qualcuno che gli canti la canzone che lui gli cantava, il temibile Lucky Luciano che dalla galera comanda con uno solo sguardo, sia che si tratti di spostare i mobili in cella che di combinare il matrimonio tra Carmelo e Flora, e sopratutto i due personaggi che più mi sono rimasti nel cuore, Mimmo e Saro, il cieco e lo zoppo, due personaggi teneri e poetici come al cinema non se ne vedeva da un po'.
Per quanto riguarda i protagonisti invece, vediamo Pif nel consueto ruolo di "Candido", un po' sfortunato e un po' no, un Romeo innamorato che per conquistare la sua bella affronta addirittura una guerra mondiale  un rivale protetto da Lucky Luciano, che grazie agli avvenimenti cui si troverà ad assistere maturerà anche una coscienza sociale più profonda; Miriam Leone nei panni della bella e vivace Flora, tenace nel suo amore e che combatte la sua personale battaglia per rimandare il matrimonio non desiderato; Andrea di Stefano nel ruolo dell'integerrimo tenente Catelli, in guerra perchè crede profondamente nei valori dell'America e che rimarrà altrettanto profondamente deluso da ciò che vede aaccadere  attorno a sè; Maurizio Marchetti nel ruolo comico e terribile allo stesso tempo di Don Calò, molto "Gattopardiano" a mio avviso nel suo cambiare tutto per non cambiare in realtà nulla; la mafia governava prima, ha fatto i suoi interessi anche durante la guerra e comanderà anche dopo, facendosi anche passare per democrazia. Il discorso finale è di una violenza verbale davvero notevole per far comprendere ciò.
Tantissime le citazioni cinematografiche all'interno del film, da "L?armata Brancaleone" a "Forrest Gump" a "La grande guerra", in una storia dedicata ad Ettore Scola, uno dei grandi della commedia italiana, filone che Pif sta perseguando discretamente.